di Arrigo Abalti · Giugno 2, 2025
Quando le scuse sostituiscono il coraggio politico, è la città intera a pagarne il prezzo
Ci sono momenti in cui la politica locale si rivela per quello che davvero è: non nelle promesse elettorali, non nei comunicati stampa, ma nella cruda realtà dei marciapiedi dove i cittadini camminano con il fiato sospeso. Nei negozi che aprono le saracinesche la mattina e devono dare 10 euro al barbone sdraiato davanti per pregarlo di andarsene. E quello che stiamo vedendo a Vicenza in questi giorni è il ritratto impietoso di un’amministrazione che ha scelto la via più comoda: quella dell’autoassoluzione permanente.
Il paradosso è grottesco. Nel week end in cui il sindaco Possamai poteva legittimamente rivendicare tre vittorie importanti – l’avvio dei lavori dell’ex Macello, il via libera al recupero dell’ex Tribunale come albergo, il progetto per l’ex cinema Corso che diventa luogo della cultura e dell’arte contemporanea – Corso Fogazzaro tornava a fare cronaca nera. Tre progetti che guardano avanti, che parlano di rigenerazione e futuro. E un presente che parla invece di aggressioni, di commercianti sotto assedio, di una città che ha perso il controllo del proprio destino.
Non è questione di sfortuna o di coincidenze. È questione di priorità sbagliate, di un’amministrazione che si è convinta di poter costruire il futuro senza fare i conti con il presente . Che senso ha progettare alberghi se i turisti non si sentiranno sicuri a raggiungerli? Quale investitore punterà su una città dove i commercianti vengono aggrediti in pieno centro?
Le cronache di questi giorni restituiscono il ritratto di una Vicenza assediata: vandalismi, aggressioni, episodi di microcriminalità che trasformano le nostre strade in un bollettino di guerra quotidiano. E un sottofondo di violenza che aumenta la percezione, perchè quello che non si vuole vedere è questo salto all’indietro che è stato fatto negli ultimi anni, la violenza appunto. Più che dei reati in sè, i vicentini temono le aggressioni, siamo al punto che non sai se dare una sigaretta al maranza che te la chiede sia o no l’anticamera di un’aggressione.
Corso Fogazzaro, arteria vitale del centro, fino a poco tempo fa era considerata una piccola oasi, adesso è diventato il simbolo di una città che ha perso il controllo del proprio territorio. E di fronte a questa evidenza, che dovrebbe provocare almeno un sussulto di responsabilità, la risposta dell’amministrazione suona come un mantra ormai logoro: “Non è colpa nostra, la competenza è di altri”.
È un atteggiamento che irrita due volte: i cittadini che subiscono le conseguenze di questa inerzia, e l’intelligenza di chi dovrebbe credere che in democrazia le responsabilità si possano sempre scaricare su qualcun altro.
Il sindaco Possamai, che pure sta dimostrando visione progettuale e impegno, sulla sicurezza sembra essersi rifugiato in una comfort zone fatta di distinguo giuridici e competenze che rimbalzano da un ente all’altro. Ma la politica vera – quella che i cittadini hanno il diritto di pretendere – non si nasconde dietro i cavilli burocratici. La politica vera si sporca le mani, coordina, esercita pressioni ai vari livelli, trova soluzioni anche quando le competenze formali sembrano essere altrove. La buona politica vede quello che non c’è. Altrimenti è solo storytelling.
È vero, la sicurezza urbana è materia complessa che coinvolge Questura, Prefettura, forze dell’ordine. Ma un sindaco non è un burocrate chiamato a certificare l’esistenza di problemi irrisolvibili. Un sindaco è un leader, ha la forza di chi è scelto dai cittadini direttamente, e come tale deve guidare la comunità verso soluzioni concrete, deve fare da ponte tra le istituzioni, deve pretendere risultati da chi ha il dovere di ottenerli.
Invece assistiamo al paradosso di un primo cittadino che abdica al proprio ruolo di coordinamento, limitandosi a una gestione passiva dell’emergenza. La sua capacità progettuale – evidente nei tre interventi annunciati – viene vanificata dall’incapacità di garantire quelle condizioni minime di sicurezza che sono il presupposto di qualsiasi sviluppo serio.
Questo approccio non è solo inefficace: è una mancanza di attenzione verso chi quella sicurezza la pretende legittimamente. Verso i commercianti che vedono sfumare investimenti e speranze, verso le famiglie che non si sentono più tranquille a passeggiare in centro, verso i giovani che meritano una città vivibile.
L’ingenuità poi è pensare che i cittadini si accontentino di spiegazioni tecniche quando chiedono risultati concreti. Non interessa a nessuno sapere di chi è la competenza formale: quello che conta è che chi ha ricevuto un mandato elettorale lo onori fino in fondo, usando tutti gli strumenti disponibili per garantire quella vivibilità urbana che è il primo diritto di ogni comunità.
Non siamo d’accordo, sindaco Possamai. Una città non si governa con i distinguo burocratici e con le autoassoluzioni, ma con la determinazione politica. Abbiamo bisogno tutti di un’amministrazione che non si nasconda dietro le procedure, ma che le utilizzi per ottenere risultati, che domini le procedure, non che ne sia ostaggio. Il sindaco che non si deve autoassolvere, ma rimboccarsi le maniche. E la politica che deve tornare ad essere servizio alla comunità, non esercizio di autogiustificazione.
Il tempo delle scuse sta per scadere e fra pochi mesi saremo al giro di boa dell’Amministrazione di questo strano centrosinistra. È arrivato il momento di cambiare narrazione, passando da quella delle inaugurazioni a quella dei provvedimenti, che almeno sembri che la sicurezza dei cittadini e degli operatori sia una priorità nell’agenda di Palazzo Trissino.



