L’uovo di Carpaneda

di Redazione · Luglio 12, 2026

C’è un uovo, a Vicenza, che vale più di un consiglio comunale, più di un’interrogazione, più di tutte le conferenze stampa sulla transizione ecologica: è l’uovo di Carpaneda, quadrante ovest della città, deposto da una gallina che non sa di essere diventata la più importante testimone d’accusa del Veneto. Dentro quell’uovo, un laboratorio privato — privato, si badi, perché il pubblico ha i suoi tempi, e i suoi tempi sono ottobre — ha trovato 13.600 nanogrammi di Pfas per chilo. Il limite europeo è 1.700. Otto volte tanto. Non un uovo: un dossier con il guscio.

La signora che l’ha fatto analizzare si chiama Marzia Albiero, milita nella rete Zero Pfas, che è quella cosa che in Veneto fanno i cittadini quando si stancano di aspettare le istituzioni: la supplenza civica, l’Arpav del popolo, il monitoraggio fai-da-te che poi, puntualmente, trova quello che il monitoraggio ufficiale avrebbe trovato — a ottobre. Perché questo è il dettaglio più veneto della vicenda: la Regione ha in capo il controllo dei prodotti agroalimentari delle zone rosse e arancione, gli esiti si attendono in autunno, e intanto la gallina, che non legge i cronoprogrammi, continua a fare uova adesso. L’inquinamento ha i suoi ritmi biologici, la burocrazia i suoi trimestrali: non si incontrano mai, se non per caso, in un pollaio di periferia.
A Palazzo Trissino, naturalmente, se ne è discusso. C’erano tutti: Arpav, Ulss 8, Viacqua, l’Osservatorio Pfas, l’assessora all’ambiente Baldinato, il presidente del consiglio comunale Zaramella. È il rito veneto dell’emergenza: prima il tavolo, poi il tavolo sul tavolo, infine l’attesa dei «risultati definitivi», formula che in questa regione ha ormai la stessa funzione liturgica dell’«offertorio». Nel frattempo la parola Miteni — l’azienda di Trissino che ha regalato al Veneto uno dei più imponenti casi di contaminazione da perfluoroalchilici d’Europa — torna a fare quello che fa da anni: il fantasma. Non governa più nulla, non produce più nulla, eppure decide ancora cosa si può mangiare nel quadrante ovest di Vicenza. È la forma più pura di potere postumo: inquinare il futuro avendo già chiuso i battenti.

Il presidente Zaramella, va detto, ha avuto il coraggio di pronunciare la parola che tutti girano intorno come si gira intorno a un cane che dorme: «tabù». Perché se l’uovo di via Carpaneda non è un caso isolato — e i pozzi di mezza provincia suggeriscono prudenza nell’ottimismo — allora il problema smette di essere sanitario, che tanto i suoi effetti «impiegano anni a manifestarsi», e diventa immediatamente sociale ed economico: allevamenti, coltivazioni, filiere, migliaia di persone che rischiano di scoprire che il loro lavoro sorge su una falda sbagliata. Zaramella chiede «aiuti e ammortizzatori» per i penalizzati di domani, che è un modo elegante di ammettere che i penalizzati di domani esistono già oggi, solo che nessuno glielo ha ancora comunicato ufficialmente. Si attende, anche qui, l’analisi della Regione.

E così l’uovo, che nella storia della pittura veneta era il simbolo della perfezione — Piero della Francesca lo appese sopra la Madonna, e non era di Carpaneda — è diventato il simbolo di un’altra cosa: di una regione che ha sempre creduto che il lavoro lavasse tutto, e che ora scopre che certe cose non si lavano, si accumulano. Nel sangue, nelle falde, nelle uova di cortile. La gallina di via Carpaneda non lo sa, e continua a deporre. È l’unica, in questa storia, che produce risultati prima di ottobre.

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