Maltauro scende dal Carroccio

di Arrigo Abalti · Aprile 21, 2025

Vicenza, Sala Bernarda, crocevia della politica veneta, non è mai stata una roccaforte inespugnabile della Lega, ma un luogo dove il Carroccio ha schierato figure di peso, due nomi su tutti, Manuela Dal Lago e Stefano Stefani. Oggi, però, quella sala è lo scenario di un’ennesimo cambio di casacca: Jacopo Maltauro, unico consigliere comunale leghista in città, è a un passo dall’approdo in Forza Italia. Non è ancora ufficiale, ma le voci, confermate da più fonti, parlano di un passaggio orchestrato da Flavio Tosi, ex leghista, ora europarlamentare e coordinatore regionale degli azzurri. È l’ultimo atto di una diaspora che ricorda l’8 settembre: un esercito in fuga, con quelli che scelgono  di scommettere sul giovane “prestigiatore” – rif. Sette del Corrierone – Alberto Stefani e una valanga di “badogliani” a caccia di un seggio per la propria sopravvivenza politica. Le scialuppe di Fratelli d’Italia e Forza Italia sono al largo del bagnasciuga, pronte ad accogliere i pentiti. E a Vicenza, più che la crisi di Matteo Salvini, è il tramonto dello Zaiastan a spingere Maltauro verso nuovi lidi.

Il caso Maltauro si inserisce in un’onda migratoria che sta colpendo la Lega veneta. In Consiglio regionale, Marco Andreoli e Silvia Rizzotto hanno già scelto Fratelli d’Italia. Altri, come Fabrizio Boron, hanno abbandonato il verde per l’azzurro, mentre figure di spicco come l’assessore alla Protezione Civile Giampaolo Bottacin e quello al Turismo Federico Caner, pur in stand-by, sono ancora nella Terra di Mezzo ma sono stati avvistati in zona Tosi. Non è un caso che l’esodo si sia accelerato dopo la sentenza della Corte Costituzionale, che ha chiuso la porta al terzo mandato per Luca Zaia. Lo Zaiastan – quel sistema di potere costruito dal governatore, capace di tenere insieme anime diverse con pragmatismo e risultati – è sempre più fragile. Senza Zaia, la Lega veneta perde il suo collante,  e i suoi esponenti, come Maltauro, fiutano il vuoto.

Maltauro, giovane studente di Giurisprudenza eletto a Vicenza con un pacchetto significativo di preferenze, incarna questa crisi. Non si è visto nè a Padova e neppure a Firenze, nessun commento sulla mozione Stefani nè sul Congresso Federale. E per uno che comunica anche quando va a fare la spesa è sicuramente un indicatore che qualcosa sta succedendo. Ora cominciamo a capire. Ma la fine dello Zaiastan, più che le scelte di Salvini, sembra averlo spinto verso Forza Italia. L’accordo con Tosi, se confermato, è un altro colpo da maestro del Flavio: l’ex sindaco di Verona, nominato da Tajani commissario regionale per il Trentino-Alto Adige e coordinatore veneto degli azzurri, sta trasformando Forza Italia in un polo attrattivo per i delusi del Carroccio. Tosi, che conosce le viscere del Veneto e le fragilità della Lega, pesca tra chi cerca un approdo moderato, lontano dal nazionalismo di Meloni, ma fuori da un partito orfano della sua guida storica.

La crisi della Lega veneta non è solo una questione di numeri, ma di orizzonte. Lo Zaiastan, con la sua capacità di coniugare autonomia, pragmatismo e consenso, era il vero motore del Carroccio in regione. Senza Zaia, il partito fatica a trovare una bussola. Il dibattito sull’autonomia, impantanato tra veti e divisioni, è il simbolo di un’impasse che spinge figure come Maltauro a guardare altrove. Fratelli d’Italia, con la sua ascesa inarrestabile, e Forza Italia, con la regia di Tosi, stanno approfittando di questo crepuscolo, trasformando la Lega in un serbatoio di consensi e uomini. Sullo sfondo rimane la crisi di consenso che, ciclicamente, tocca tutti i partiti e tutti i leader negli ultimi dieci anni.

A Vicenza, l’addio di Maltauro sarebbe un colpo durissimo. Senza rappresentanti in Sala Bernarda, il Carroccio perderebbe non solo un simbolo, ma anche la capacità di avere una voce sulle scelte della città, dalle infrastrutture alle battaglie di quartiere. È una resa che va oltre i confini locali: il Veneto, un tempo cuore pulsante della Lega, è diventato un terreno di conquista. Meloni e Tosi, hanno messo in acqua i loro barconi, raccolgono i transfughi, mentre il Carroccio perde pezzi e dirigenti. L’8 settembre della Lega è iniziato: un pugno di fedelissimi resiste, ma i “badogliani” corrono verso un futuro politico altrove.

Cosa resta del leone di San Marco? Un’eco certamente più flebile. Per invertire la rotta, la Lega dovrebbe ritrovare il linguaggio dei territori, delle imprese, dei giovani. Tutti temi su cui, va riconosciuto, il segretario veneto Alberto Stefani sta rilanciando a partire dalla sua mozione. Una sfida impegnativa perchè  il tempo stringe. A Vicenza, come nel resto del Veneto, la destra cambia pelle. E dal Carroccio stanno scendendo in molti. Quanti Maltauro troveremo nelle cronache dei prossimi mesi?

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