Pavesi scuote l’Aifa: “Non va tutto bene”

di Arrigo Abalti · Novembre 10, 2025

L’ex DG dell’Ulss di Vicenza che sfida il silenzio del Palazzo del farmaco

 

Quando la voce fuori dal coro arriva da uno che ha vissuto la trincea, suona diversa. Giovanni Pavesi, veronese, oggi direttore amministrativo dell’Agenzia italiana del farmaco, non è un burocrate da scrivania romana: è stato direttore generale dell’Ulss 8 Berica di Vicenza durante i mesi più difficili del Covid, quando la sanità era un fronte di guerra e ogni decisione pesava come una vita. In quella stagione Pavesi si era fatto conoscere per la competenza, la lucidità, la capacità di tenere insieme il sistema mentre il sistema rischiava di collassare. E anche per questo venne chiamato dalla potente assessora regionale alla Sanità della Regione più ricca d’Italia, Letizia Moratti, a guidare il sistema lombardo. Poi andò in AIFA con il ruolo di direttore amministrativo. Ma questa è solo la parte più recente del suo curriculum.

A Roma, nella sala dove si presentava il Rapporto Osmed 2024, ha fatto quello che nessuno si aspettava: ha detto la verità. “Dobbiamo affinare gli strumenti di controllo”, ha dichiarato. “Sono un po’ in distonia con quanto è stato presentato. Le Regioni non sono così convinte che tutto vada bene”. Un intervento breve ma tagliente, il genere di frasi che in un’agenzia pubblica restano solitamente nei corridoi e non finiscono mai al microfono.

Sul palco è calato il gelo. Il direttore tecnico-scientifico Pierluigi Russo lo ha apostrofato con un secco “Sei inopportuno”, poi, tentando l’ironia, ha aggiunto: “Mi aspettavo le domande dai giornalisti più cattivi, non dal direttore amministrativo”. È bastato quel botta e risposta a far emergere la crepa. Non un dissenso marginale, ma un malessere interno che covava da tempo.

Il presidente Robert Nisticò ha cercato di ricucire con una frase di circostanza: “Non c’è un pensiero unico, ma un confronto di idee”. Un modo elegante per dire che il conflitto esiste ma va disinnescato, che la dialettica serve finché non mette in discussione la narrazione ufficiale.

Intanto, dietro le parole, scorrono i numeri. Trentasei miliardi e duecento milioni di euro di spesa farmaceutica nel 2024, con un incremento del 2,8% rispetto all’anno precedente. Non perché gli italiani stiano peggio, ma perché si curano con farmaci sempre più innovativi e costosi. Il pubblico copre il 72% della spesa, con un aumento del 7,7%, mentre la parte privata, quella a carico dei cittadini, scende del 4,6%. Nelle strutture sanitarie pubbliche la spesa raggiunge i 17,8 miliardi: un segnale chiaro, la sanità italiana spende sempre più dentro gli ospedali e sempre meno sul territorio. Pavesi lo sa e lancia l’allarme: se non si rivedono i tetti di spesa, nel 2026 anche la farmaceutica convenzionata rischia di sforare.

Ogni giorno diciassette italiani su mille assumono un antibiotico. È il dato che più inquieta, perché racconta di un Paese che si cura per paura. L’abuso è più forte al Sud, ma il fenomeno attraversa tutto il Paese. I bambini sotto i quattro anni restano i più trattati e gli anziani i più medicalizzati: il novantasette per cento riceve almeno una prescrizione l’anno, spesso più di dieci farmaci diversi. È la fotografia di una sanità che somministra più che ascoltare, che confonde la cura con la quantità.

E poi c’è la nuova frontiera del disagio: quella dei minori. In meno di dieci anni l’uso di psicofarmaci nei bambini e negli adolescenti è più che raddoppiato. Uno ogni 175 ne assume almeno uno. Antidepressivi, antipsicotici, farmaci per l’ADHD: la pandemia ha accelerato una tendenza che covava da tempo, e oggi la salute mentale dei più giovani è il termometro del nostro smarrimento collettivo.

Lo scontro all’Aifa è più di una scena da convegno: è il sintomo di un sistema che spende tanto, comunica male e non ammette fragilità. Pavesi non ha fatto uno sgarbo istituzionale, ha semplicemente detto quello che molti pensano: che la sanità italiana non ha bisogno solo di fondi, ma di verità.

Il veronese che durante il Covid seppe governare l’urgenza nella nostra Ulss, ora prova a governare la trasparenza. E se qualcuno lo trova “inopportuno”, forse è perché in Italia, ancora oggi, la verità resta il farmaco più difficile da somministrare.

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