Piazze vuote, urne piene

di Arrigo Abalti · Marzo 23, 2026

Il referendum sulla giustizia ha fatto quello che nessun leader di opposizione era riuscito a fare: rimettere in moto un Paese che aveva smesso di credere nel voto

 

L’Italia che non protesta ha votato. Quella che non scendeva in piazza, che non rispondeva ai sondaggi, che nelle ultime tornate referendarie aveva lasciato le schede nei cassetti — ieri ha fatto la fila ai seggi. E questo, più di qualsiasi dato sulle carriere dei magistrati o sulla composizione del Csm, è la notizia vera di questa consultazione.
Alla fine della prima giornata l’affluenza ha superato il 46%, quasi il doppio rispetto a quella registrata alla stessa ora nel referendum del giugno 2025. Al referendum del 2020 sul taglio dei parlamentari, alle 23 aveva votato il 39,37%; a quello del 2006 sulla devolution, il 35%.  I numeri dicono che qualcosa si è mosso. La politica ancora non sa bene cosa.
Il centrosinistra ha scelto il No invece dell’astensione, e quella scelta ha avuto un effetto che nessun comizio aveva prodotto: ha dato senso al gesto di andare a votare. Non è poco, in un Paese dove l’astensionismo aveva finito per diventare una forma di identità. Ma attenzione: il merito non è dei leader. È della riforma stessa, che ha il raro talento di fare paura a entrambi gli schieramenti — e la paura, si sa, è il miglior agente elettorale che esista.
Le proiezioni davano l’affluenza finale tra il 55 e il 60 per cento: sarebbe il referendum costituzionale più partecipato degli ultimi vent’anni.  Se così fosse, Meloni non avrebbe vinto solo una riforma — avrebbe incassato qualcosa di più prezioso: la legittimazione popolare su una materia che la Prima Repubblica non era mai riuscita a chiudere. Un assegno in bianco firmato dagli italiani, da spendere quando serve.
In testa alla classifica regionale, ancora una volta, l’Emilia-Romagna; in coda la Calabria.  La geografia del voto è immutabile come un bassorilievo. Ma stavolta anche il Sud ha mosso qualche passo, e questo suggerisce che il tema ha raggiunto persino chi di solito delega agli altri la cura della cosa pubblica.
Alexis de Tocqueville aveva scritto che “quando il cittadino è passivo è la democrazia che s’ammala.”  Ieri gli italiani sembrano aver letto quella frase. Non si sa se l’abbiano capita. Ma si sono alzati dal divano, e già questo è un sintomo di salute — raro, in questi anni, abbastanza da meritare di essere registrato.
Le piazze erano vuote. Le urne erano piene. Non è una contraddizione: è la fotografia esatta di come funziona la democrazia quando smette di essere un rito e torna a essere una scelta.

 

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