di Arrigo Abalti · Agosto 19, 2025
Mentre Volpe lancia l’allarme per 700 operatori mancanti, Sereni Orizzonti, Kos e Korian brindano ai ricavi. Il Veneto non programma, il pubblico arranca e i grandi gruppi – insieme ai fondi locali come Numeria – Salute 2 – riempiono i vuoti trasformando la fragilità in business
Chi frequenta le RSA sa che l’allarme di oggi era già scritto nelle omissioni di ieri. L’appello di Roberto Volpe (Uripa) – 700 figure mancanti tra infermieri e OSS solo nella provincia di Padova – non è una sorpresa: è la conseguenza di anni in cui la politica veneta ha scelto di non investire.
Perché le tariffe di accreditamento sono ferme da quasi un decennio, incapaci di coprire il reale costo medio-assistenziale (il famoso Racc). Perché gli standard regionali fissano minutaggi che non corrispondono più agli ospiti reali: ultraottantenni, non autosufficienti, pluripatologici. Perché si è preferito celebrare l’autonomia sanitaria come modello, senza mai affrontare il nodo vero: personale e sostenibilità.
E così, mentre il pubblico e il convenzionato annaspano tra ferie negate, turn over e burnout, il privato vola. Sereni Orizzonti – il gruppo friulano fondato da Massimo Blasoni – chiude il 2024 con 250 milioni di fatturato, proietta 300 milioni per il 2025, annuncia venti nuove RSA e punta a 10.000 posti letto entro il 2027. È il secondo operatore italiano, integrato verticalmente: costruisce, gestisce, assume.
Ma non è sola. Con lei ci sono Kos (De Benedetti e il fondo F2i), Korian e Orpea, colossi internazionali che banchettano sulle inefficienze del sistema pubblico e sui vuoti lasciati dalle non-scelte della politica. E accanto a loro, in scala minore, anche i fondi finanziari locali: come Numeria – Salute 2, promosso dallo studio legale Barel-Malvestio, che negli anni ha costruito RSA convenzionate a Jesolo, San Donà, Nichelino e Busto Arsizio. Segno che l’assistenza è diventata terreno di investimento non solo per i grandi, ma anche per chi, con capitali mirati, intercetta i bisogni scoperti dal pubblico.
Il Veneto, che per anni ha rivendicato di essere laboratorio di eccellenza sanitaria, oggi è laboratorio di un paradosso: da una parte la Regione che non aggiorna i livelli tariffari, non fa la riforma delle IPAB – promessa da 15 anni – né programma la formazione del personale; dall’altra i grandi gruppi privati che capitalizzano il vuoto.
E qui la domanda da retroscenisti è inevitabile: siamo davanti a una politica regionale distratta, che non vede il problema, o a un disegno preciso che apre deliberatamente varchi ai grandi player? Perché a furia di dire “non è competenza nostra”, la competenza vera è passata di mano: dai consiglieri regionali ai consigli di amministrazione.
La Costituzione parla di diritto alla salute. Ma la “Costituzione reale” ha trasformato l’assistenza in un servizio a domanda individuale. Una RSA privata oggi costa 2.000-2.500 euro al mese: un lusso che la maggior parte delle famiglie non può permettersi.
Non è colpa del privato se cresce. È colpa della politica se arretra. In Veneto la scelta è stata chiara: non decidere.
Volpe denuncia la crisi, Blasoni brinda ai ricavi, Kos e Korian apparecchiano la tavola. E nei tavoli più piccoli, come quelli di Numeria, si servono le stesse portate: il business della fragilità.



