Settembre per pensare

di Arrigo Abalti · Agosto 20, 2026

 

Per una parte della politica italiana l’anno non cominciava a gennaio ma nella seconda o terza settimana di settembre, e cominciava in albergo. La sinistra sociale di Carlo Donat-Cattin si riuniva a Saint-Vincent, in Valle d’Aosta. I dorotei a Sirmione. La sinistra di Base a Lavarone, sull’altopiano trentino, dopo aver a lungo frequentato Chianciano. Erano convegni di corrente della Democrazia Cristiana, duravano anche tre o quattro giorni e tenevano banco sui giornali per una settimana.

Si possono liquidare come folklore di un partito che aveva più anime di quante ne sapesse governare, e sarebbe comodo. Quelle correnti erano litigiose, bizantine, incomprensibili spesso agli stessi militanti, e il potere lo amministravano a volte con una disinvoltura che nessuno ha voglia di riabilitare. Ma la meccanica di quegli appuntamenti diceva qualcosa che conviene guardare da vicino, adesso che non c’è più da molti anni.

Donat-Cattin veniva dal sindacato: a Saint-Vincent chiedeva conto al partito delle promesse fatte al mondo del lavoro, e lo faceva davanti a una platea che quel mondo lo conosceva per esperienza diretta. I dorotei a Sirmione stavano all’estremo opposto per collocazione, e avevano lo stesso obbligo: governavano l’Italia, e una volta all’anno dovevano spiegare pubblicamente in nome di che cosa lo facessero. A Lavarone la Base ragionava di riforme istituzionali e di rapporti con il PCI in anni in cui pronunciare quella sigla senza premettere una scomunica era ancora un azzardo. Ognuno parlava per conto di qualcuno, e quel qualcuno si poteva nominare.

Restavano dei testi, poi. Relazioni, documenti, quaderni che qualcuno leggeva davvero e che si potevano contestare riga per riga, anche a distanza di anni. All’avversario si apriva la porta, compreso quello comunista, e non per larghezza di vedute: un’argomentazione che non ha mai incontrato l’obiezione più seria resta un’opinione tra le altre.

Vicenza, in questa storia, non stava a guardare. Mariano Rumor, oltre ad esserne uno dei fondatori, è stato a lungo il volto più autorevole del mondo doroteo, e per decenni la città ha esportato personale politico di primo livello, insieme a un’idea abbastanza precisa di come si sta al governo. Oggi suona come una notizia d’archivio.

Quello che si è perso, per essere chiari, non è solo l’eleganza. È il criterio. Un dirigente lo si giudicava su ciò che aveva scritto e su chi era in grado di rappresentare. Poi il metro è diventato elettorale, quanti voti porti, e già lì si era scesi di un gradino: però un numero resta un numero, si legge, e chi ne aveva molti disponeva di una forza propria, quindi di qualcosa da far pesare in una trattativa.

Adesso nemmeno quello.

Nei partiti costruiti attorno a una persona le liste le compila quella persona, le preferenze contano meno della firma che le autorizza, e il titolo di merito decisivo è la lealtà al capo. La lealtà però non si misura: si mostra. E a mostrarla con più zelo, di regola, non è chi ne ha di più, ma chi ha meno posti dove andare.

Le correnti, del resto, non sono scomparse: hanno tenuto l’aritmetica e lasciato per strada tutto il resto. Nessuna di quelle attuali, in nessun partito, saprebbe indicare un luogo in cui si ritrova ogni anno, un testo che la distingua, un pezzo di società di cui risponda. Restano i nomi dei capifila. Chiamarle correnti è persino generoso, perché una corrente presuppone che ci si possa dividere su qualcosa.

Occasioni pubbliche, per carità, ne abbiamo in abbondanza: locandina, panel, moderatore, ospiti che arrivano per il proprio intervento e ripartono prima della discussione. Manca la funzione. Non scandiscono più niente, perché non c’è più una pausa da interrompere — la politica non si ferma mai, e proprio per questo non trova mai il tempo di pensare — e soprattutto non servono più a selezionare nessuno. La classe dirigente si forma – quando succede – altrove, e chiunque frequenti un partito sa dove.

Vale a Roma, vale in Regione, vale nei consigli comunali di questa provincia. Ogni volta che si sceglie prima di discutere, che un candidato viene indicato senza che nessuno gli abbia chiesto che cosa pensa, che un’assemblea si limita a ratificare un’intesa già scritta da un’altra parte, il problema non sono i regolamenti interni. È che non resta niente di scritto, e dove non c’è niente di scritto non c’è nulla da contestare. Quella non è politica: è arida gestione del consenso.

Nessuno deve riaprire gli alberghi di Saint-Vincent, Sirmione o Lavarone. Ma la domanda che si faceva lassù — che cosa avete da dire, e per conto di chi lo dite — non è invecchiata. È solo che oggi chi la pone viene guardato come uno che non ha capito come funziona.

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