Settimana corta o siamo a corto di idee?

di Arrigo Abalti · Febbraio 23, 2025

Se c’è una cosa che la politica dovrebbe fare, è affrontare i problemi alla radice. Se c’è una cosa che spesso fa, invece, è rimpastare le soluzioni per non scontentare nessuno. La proposta della settimana corta nelle scuole vicentine, lanciata dal presidente della Provincia, Andrea Nardin, ne è un esempio perfetto: ufficialmente un’idea di riorganizzazione didattica, in realtà un rattoppo per mascherare la solita carenza di autisti nei trasporti pubblici.

E così, invece di risolvere un problema, se ne crea un altro. Perché accorciare la settimana scolastica non è solo una questione di orari, ma di modello educativo. Studenti e famiglie dovranno adattarsi a ritmi più serrati, lezioni compresse, pomeriggi sacrificati. E tutto perché? Perché non si è stati capaci di garantire un servizio di trasporto pubblico efficiente. Il mondo al contrario. Un’occasione per offrire un capitolo nuovo al libro del generale Vannacci.

I bene informati raccontano che la proposta è stata discussa in un vertice tra SVT e Provincia, e guarda caso, arriva proprio mentre il sistema dei trasporti pubblici mostra le sue crepe più evidenti. Scioperi, inefficienze, personale insufficiente. E la soluzione sarebbe ridurre i giorni di scuola? Fa sorridere, se non ci fosse da piangere.

Eppure, la domanda è un’altra: è una scelta temporanea o definitiva? Perché se è temporanea, è una toppa. Se è definitiva, è un cambio di rotta pericoloso. Un conto è ottimizzare, un altro è sacrificare il diritto allo studio sull’altare delle carenze strutturali. Un altro segnale, l’ennesimo, che il primato della scuola si sta sgretolando sotto il peso delle emergenze gestite con il bilancino.

Poi ci sono le conseguenze pratiche. Se il risparmio energetico è la giustificazione, qualcuno ha pensato a cosa significherà per gli studenti? Lezioni fino a tardi, compiti serali, pomeriggi di studio con i termosifoni accesi a casa mentre le aule scolastiche restano chiuse per “contenere i costi”. Un’economia che rischia di essere miope, come chi pensa che la qualità dell’istruzione possa essere subordinata alle esigenze delle aziende di trasporto.

“La scuola è l’anima di una società: quando cambia l’anima, cambia la società.” Lo diceva Woodrow Wilson, e la domanda è: in che direzione stiamo andando? Verso un sistema che forma cittadini consapevoli o che semplicemente si adatta agli ingranaggi di un meccanismo inefficiente che furbescamente si nasconde dietro i numeri del bilancio?
Più che un’idea di riforma, sembra l’ennesima scorciatoia. E il sospetto è che a pagare il conto, ancora una volta, saranno gli studenti, le loro famiglie e un mondo della scuola che resta nei titoli di coda dell’agenda della politica.

CONDIVIDI SU

[wpzoom_social_icons id="12577"]