di Redazione · Dicembre 5, 2025
La giunta (regionale) che deve nascere e il partito che scopre di non comandare
In Veneto si litiga sulla giunta come si litiga per il telecomando: tutti lo vogliono, nessuno lo molla. Ma a differenza del telecomando, qui c’è un dettaglio che rende il tutto più comico: la Lega ha preso il 36%, Fratelli d’Italia il 18%. Ma pacta sunt servanda, commenta Stefani, intanto la Presidenza del Consiglio va a Zaia. A tempo. Dicono, ma Zaia davvero c’è qualcuno che ancora pensa che intenda lasciare il Ferro – Fini dopo aver incassato un plebiscito su di sé? Davvero?
É la prima perdita annunciata: la Presidenza del Consiglio regionale, che FdI sognava, Zaia l’ha presa e la restituirà con la stessa disponibilità con cui si è mosso sul terzo mandato: cioè mai, o quando deciderà lui, che è la versione veneta del mai.
Seconda perdita potenziale: i cinque assessorati promessi, che ora sembrano un bonus fedeltà più che un diritto politico. Perché con il 18% puoi provare a chiedere tutto, ma non puoi lamentarti se il partito che ha il doppio dei voti ti risponde con un sorriso da manuale Cencelli.
E così la partita della giunta diventa un gigantesco elettrocardiogramma del centrodestra veneto.
La Lega entra al tavolo con il 36% e Zaia che presiede perfino quando non presiede.
FdI entra con l’entusiasmo nazionale ma con la metà dei voti in Veneto.
Stefani entra nel mezzo, con la missione impossibile di far finta che tutti abbiano vinto quando sarà evidente che qualcuno ha perso.
Intanto, mentre le deleghe evaporano e ricompaiono come miraggi, la Corte d’Appello risolve la sola vera incertezza della settimana: Giulia Sottoriva batte Joe Formaggio di 81 voti. Una differenza minima per una storia enorme. Perché se Rucco entra in giunta — e ormai sembra più un atto notarile che un’ipotesi — il seggio lo prende lei.
Un volto nuovo di Fratelli d’Italia entra, un veterano resta fuori.
È la democrazia nelle sue giornate migliori: quando cambia le cose senza chiedere il permesso a nessuno. E poi ci sono gli altri nomi del carosello: Ruzza a Verona, Bond all’Agricoltura, Mantovani verso la conferma, Pavanetto che si avvicina alla giunta, Calzavara che guarda al Turismo, Roma e Brescacin per il Sociale, Zecchinato e Bevilacqua che litigano da vicentini per un posto solo.
Un elenco lungo quanto un elenco delle cose che non succederanno mai tutte insieme.
E alla fine, dopo i veti, i sorrisi, i retroscena e le telefonate della sera, resta una domanda sola: chi comanda davvero nel nuovo Veneto?
La risposta non è nei comunicati. Non è nelle promesse ai giornali. Non è nemmeno nei nomi che circolano.
La risposta è in un numero: 36 a 18. Tutto il resto è poesia istituzionale. E la chiusura, eccola — quella che resta: La giunta dirà la verità che nessuno ha il coraggio di pronunciare: chi ha vinto davvero le elezioni, e chi ha solo vinto la narrazione.
E in politica, tra potere e racconto, vince sempre il primo. Il secondo scrive i comunicati.




