Una, dieci, cento poltrone

di Arrigo Abalti · Dicembre 6, 2025

Presidente, giunta e cento nomine da fare in Regione. Inizia lo spoil system dell’era Stefani

 

Dieci giorni. Stefani ha fretta, la fretta di chi sa che in politica il tempo è potere e il potere scivola via se non lo afferri subito. «Squadra pronta entro una decina di giorni», ha detto ieri. Traduzione: centocinquanta ore per chiudere dieci assessorati, bilanciare territori, placare correnti, accontentare Roma. Cinque a Fratelli d’Italia, quattro alla Lega, uno solo a Forza Italia. Un uno che pesa come un macigno.
Gli azzurri trattano. Avevano sognato due poltrone, ne avranno una soltanto. Il voto non ha dato loro ragione, le premesso della doppia cifra elettorale non sono scattate.  «Ci aspettavamo di più», ammette a mezza voce un big forzista. Adesso resta il duello finale: Elisa Venturini contro Jacopo Maltauro, vicentino di razza e sorpresa della Gen Z. Vince chi ha più sponsor a Roma, chi fa più telefonate giuste, chi promette meglio. È una partita che si gioca lontano da Venezia. Il capo del Veneto, Flavio Tosi, europarlamentare, sembra voglia restare in Consiglio per prepararsi ad espugnare la sua Verona nel 2027 e tornarci da sindaco, e Venezia, effettivamente, è più vicina di Bruxelles.
La Lega ha quattro caselle da riempire e altrettante ambizioni da gestire. Sonia Brescacin, trevigiana doc, fedelissima di Luca Zaia, punta al Sociale, uno dei dossier caldi sul problema esplosivo delle Case di Riposo che scoppiano. Francesco Calzavara , veneziano di Joesolo, potrebbe tornare al Bilancio, una delega pesante, che comanda davvero. Poi c’è l’Ambiente, dove si consuma un braccio di ferro vicentino che ha il sapore del nuovo contro il vecchio: Marco Zecchinato, nome noto, esperienza consolidata, contro Alessia Bevilacqua, sindaca di Arzignano, la sorpresa di questa tornata che lo ha sorpassato nelle preferenze. Lei ha raccolto voti veri, consenso autentico nei territori. Lui adesso trema. Il quarto nome della Lega? Gira molto quello di Eleonora Mosco, padovana molto legata ai big della città del Santo Massimo Bitonci e Alberto Stefani.
Fratelli d’Italia ha cinque assessorati, il bottino più ricco. Valeria Mantovan, rodigina, è praticamente certa alla Formazione e Lavoro. Per gli altri quattro posti si tratta, si negozia, si soppesa. Le correnti interne al partito di Meloni pesano ogni nome come fossero grammi d’oro. Telefonate continue con Roma, dove si decide davvero. Perché a Palazzo Balbi si esegue, ma è a Palazzo Chigi che si scrive la partitura. E in questo week end sono tutti ad Atreju a Roma dove l’argomento principale sarà scrivere la delegazione meloniana a Palazzo Balbi. I nomi? Francesco Rucco, che potrebbe avere la Sanità o le Infrastrutture e Trasporti, Lucas Pavanetto, Dario Bond , bellunese, (Agricoltura e caccia), Filippo Giacinti, padovano, e , il vicesindaco di Montebelluna,  Claudio Borgia. L’assegnazione – provvisoria – della Presidenza del Consiglio a Luca Zaia ha impoverito gli spazi per FdI e qualcuno di questi resterà fuori dal Balbi.
Il ricambio sarà quasi totale. Elisa De Berti non potrà rifare l’assessore. Due mandati già alle spalle, la legge regionale voluta da Zaia è implacabile: terzo giro vietato. Vale per lei, vale per quasi tutti gli assessori uscenti. Facce nuove, per forza. Qualcuno sussurra che si potrebbe cambiare quella legge, toccare lo Statuto, riscrivere le regole. Servirebbero mesi, forse anni. Non c’è tempo. E forse nemmeno la voglia vera di farlo.
A Palazzo Ferro Fini si prepara il colpo di scena che non stupisce nessuno. La presidenza del Consiglio regionale, come detto,  andrà a Luca Zaia. Proprio lui, il governatore uscente che non esce. Un giro di stop obbligato, poi il qualcuno scommette sul ritorno alla guida del Veneto. A dirlo molti leghisti di pregio bene informati sulle intenzioni del pres. Il cerchio si chiude, la strategia è chiara. Zaia veglia, prepara, controlla. Non ha mai smesso di farlo.
Poi c’è il giallo Sottoriva-Formaggio, una storia che sa di ricorso e controricorso. Joe Formaggio rivendica più voti, prepara le carte per impugnare. Giulia Sottoriva aspetta in panchina, legata a Sergio Berlato. Il piano è scritto: Francesco Rucco entra in giunta (destinazione Sanità, si sussurra), Berlato lascia il seggio regionale per continuare a fare l’europarlamentare – gli restano ancora quattro anni a Bruxelles – e Sottoriva subentra. Tutto quadra. Tranne per Formaggio, ovviamente.
Ma il vero tesoro è nascosto altrove. Nelle partecipate, negli enti, nelle authority regionali. Sette direttori generali delle Ulss sono in prorogatio, aspettano di sapere se resteranno o se qualcun altro prenderà il loro posto. Veneto Sviluppo da rinnovare. Avepa pure. Veneto Agricoltura idem. Arpav in bilico. Le Ater da sistemare. Ogni casella è una camera di compensazione per chi resta fuori dalla giunta. Gli esclusi illustri troveranno casa lì.
Roberto Ciambetti, per esempio, sa che il suo tempo a Palazzo Ferro Fini è finito. Ma una poltrona la troverà, questo è sicuro. Veneto Sviluppo? Un ente regionale? «Roberto non resta a casa», garantisce chi lo conosce bene e sa come funzionano queste cose.
Cento nomine da qui a gennaio. Stefani telefona, Zaia osserva, Roma detta condizioni. Il valzer è appena cominciato e la musica suonerà fino all’Epifania. Dieci giorni per la giunta, poi altri cinquanta per tutto il resto. Il cronometro corre, le ambizioni pure.​​​​​​​​​​​​​​​​

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