di Arrigo Abalti · Luglio 17, 2026
Nove firme, un solo convitato di pietra: i partiti. In provincia di Vicenza va in scena il disarmo bilaterale travestito da manifesto. E tutti, per una volta, si vogliono bene per novembre
I documenti politici si leggono come le fotografie di famiglia: prima si guarda chi c’è, poi si capisce chi manca, e solo allora si è capita la famiglia. Nove sindaci vicentini, quelli dei Comuni sopra i quindicimila abitanti, si sono messi in posa e hanno firmato un manifesto dal titolo che è già un programma e quasi un rimpianto: “Per una Provincia che torni ad essere la Casa dei Comuni“.
Torni, si badi bene.
Il verbo è una confessione: oggi la Casa dei Comuni non c’è, perché anche in Provincia si è replicato quello che c’è ovunque, una maggioranza di centrodestra e una minoranza di centrosinistra. Un piccolo parlamento, con gli schieramenti al posto dei territori. Il manifesto chiede, in sostanza, di smontarlo. E tornare allo schema che vide presidenti prima Achille Variati (PD) e poi Francesco Rucco (FdI).
Leggetele, quelle firme, una per una, perché sono il vero testo. Giacomo Possamai, sindaco di Vicenza, Pd, l’uomo che il centrosinistra veneto vorrebbe clonare e poi esportare. Nicola Finco, Bassano, leghista di lungo corso, già vicepresidente del Consiglio regionale, il simbolo della Lega che vince e governa. E poi Riccardo Masiero, il neosindaco di Arzignano che ha mandato la Lega all’opposizione, appena uscito dalle urne di maggio con il 68% e addosso ancora l’odore di sei liste tenute insieme col fil di ferro della falange macedone. Cristina Marigo a Schio, Giampi Michelusi a Thiene, Maurizio Zordan a Valdagno, Silvio Parise a Montecchio Maggiore, Pierluigi Giacomello a Lonigo, Giannantonio Stangherlin a Cassola. Destra, sinistra, civismo d’ordinanza. In qualsiasi altro contesto si chiamerebbe inciucio. In provincia si chiama, con parola più gentile, “sintesi istituzionale”.
Il documento è scritto bene, che è già un indizio. Nessuno scrive bene per caso. C’è la riforma Delrio, definita “terra di mezzo“, che è insieme citazione tolkieniana e diagnosi esatta: le Province dal 2014 sono enti né vivi né morti, amministrati da sindaci a tempo perso, eletti da altri sindaci, ignorati dai cittadini che nemmeno sanno più quando si vota, e infatti non votano loro. C’è l’elenco delle buone opere — strade, scuole, difesa del suolo — recitato come un rosario laico. E c’è, soprattutto, il passaggio più squisitamente ironico che si potesse desiderare: l’elogio dei partiti. “Pilastro fondamentale della nostra democrazia”, ai quali “va il nostro rispetto”.
Ecco. Quando nove sindaci sentono il bisogno di mettere per iscritto che rispettano i partiti, significa che stanno per scavalcarli.
È il galateo del sorpasso: si suona il clacson con gentilezza. Non come Gassman a ferragosto. Piuttosto come Peter Sellers. Il seguito poi dice tutto: le elezioni di secondo livello come “occasione di sintesi”, liste uniche “Casa dei Comuni Nord” e “Casa dei Comuni Sud” come nel 2021, e poi — l’obiettivo vero, il piano nobile di Palazzo Nievo — l’elezione del presidente della Provincia a inizio 2027, per la quale si cercherà “una figura autorevole, riconosciuta”. Formula che in politichese significa: già individuata. Le figure autorevoli, quando si scrivono i manifesti, hanno di solito nome e cognome; si aspetta soltanto il momento buono per pronunciarlo.
Il retroscena, dunque. A novembre si rinnova il Consiglio provinciale e nessuno — né il Pd che a Vicenza governa il capoluogo, né una Lega che conta i propri sindaci come un reduce conta le medaglie, né FdI che in Veneto vorrebbe incassare la rendita nazionale — ha la certezza aritmetica di vincere una partita che si gioca con voti ponderati, dove un sindaco di un paese di mille anime pesa come una piuma e uno di Vicenza come un lingotto d’oro. Quando l’aritmetica è incerta, la politica scopre la concordia. Il patto dei nove è un’assicurazione reciproca: nessuno perde, dunque nessuno vince, dunque tutti governano. Il condominio ai Parioli al posto del campo di battaglia.
E c’è un dettaglio generazionale che nessuno degli interessati ammetterà mai. Questi nove hanno in media l’età in cui altrove si diventa capicorrente, e la Provincia — svuotata, dimezzata, eppure ancora lì, con le sue scuole e i suoi settecento chilometri di strade — è il primo pianerottolo di una carriera che guarda oltre.
Ma il manifesto vero è quello delle assenze, che nei documenti unitari sono sempre la parte più affollata. Perché per leggere un patto non bisogna contare le firme: bisogna guardare chi siede a tavola e chi finisce nel menu (e infatti i nove erano a cena insieme poche sere fa e dopo il caffè hanno redatto il documento), giusto per citare la battuta del Primo Ministro canadese Mark Carney a Davos. A tavola ci sono i nove, e non sono soli: ognuno si porta in dote un pezzo di provincia, decine di piccoli e medi Comuni che gravitano sul suo territorio — Schio e Thiene parlano per l’Alto Vicentino, Bassano per la Pedemontana, Arzignano e Montecchio per le valli dell’Ovest, Vicenza per la cintura urbana. Sommate le rispettive aree, e avrete quasi tutta la mappa.
Nel menu, invece, ci sono i partiti: serviti con ogni riguardo, elogiati come “pilastro della democrazia”, e intanto cucinati. Se non sei a tavola, sei nel menu — e i segretari, questa volta, non sono stati invitati. Mai un omaggio fu più simile a un esproprio, e mai un esproprio fu eseguito con più gentilezza.
Perché di questo si tratta: un sorpasso, cortese ma inequivocabile, dell’assetto attuale. Della Provincia ridotta a piccolo parlamento di schieramenti e di una presidenza, quella di Andrea Nardin, che il documento non nomina mai — ed è proprio il non nominarla il giudizio più severo. Quando nove sindaci di ogni colore scrivono che la Provincia deve “tornare” a essere la casa di tutti, stanno dicendo, con il garbo dei condomini educati, che l’amministratore in carica quella casa non la rappresenta più. E manca, naturalmente, il nome del presidente che verrà, convitato di pietra di ogni riga. I nove hanno scritto chi c’è. Il resto si capisce da chi non c’è.
La storia amministrativa vicentina, evocata nel testo come un’età dell’oro, insegna in realtà una cosa sola: le unanimità durano finché non c’è niente da spartire. A novembre si eleggono i consiglieri, a inizio 2027 il presidente. Sei mesi di concordia dichiarata, nella provincia dei campanili. Eppure sarebbe un errore liquidare il documento come l’ennesimo esercizio di buone intenzioni. Siamo in luglio, ma questa non è la presa della Bastiglia: nessuna folla, nessun assalto, nemmeno un tono sopra le righe. È qualcosa di più raffinato e, per chi conosce la politica, di più minaccioso: la dichiarazione di principi che precede la rivoluzione, come la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo precedette, in America, il rovesciamento del vecchio ordine. Prima si scrivono i princìpi, poi si cambia il regime. I nove hanno appena scritto i princìpi. Il cambio di schema, in Provincia, è solo questione di calendario.



