Triplo mandato ancillare

di Arrigo Abalti · Agosto 7, 2025

Dietro la battaglia sul doppio mandato degli assessori si nasconde lo scontro vero: il controllo della Lega veneta

 

Nel grande gioco della successione, dove ogni mossa è una carezza velenosa, l’ultima idea di Luca Zaia è un’operazione nostalgia: salvare le sue ancelle. Non nel senso religioso del termine, anche se il tono è da reliquia. Si parla di assessori regionali. Si parla di Manuela Lanzarin ed Elisa De Berti, il tandem sanitario e infrastrutturale che ha servito il Doge con dedizione evangelica per due mandati consecutivi. Troppi, secondo lo Statuto regionale. Ma non per lui.

Zaia, che con le regole ha litigato più del necessario, ora vuole riscriverle. Non per sé — la sua partita al terzo mandato è già sfumata, archiviata, sconfitta da una Costituzione che non accetta proroghe sentimentali — ma per loro, le donne del potere. Vuole che non paghino la colpa di avergli detto sempre sì. E così, nel pieno di una campagna che ancora non si può chiamare campagna, ma che odora di campagna, avrebbe dato mandato al suo capogruppo Villanova: “Trova i voti per abolire il limite del doppio mandato per gli assessori.”

Missione quasi impossibile. Il partito ha già le sue fratture, i consiglieri scalpitano per salire di grado, e quella regola, oggi, è l’unico modo per rottamare senza doverlo dire. Villanova lo sa, ma ubbidisce. Chiama il segretario regionale Alberto Stefani, l’uomo di Salvini in Veneto, il candidato più accreditato alla successione. Che con Zaia ha un patto di convivenza, non un vincolo di sangue. Gli chiede l’arma definitiva: “Dì ai consiglieri che se non votano, li togliamo dalla lista.” La risposta, gelida e sorniona: “Allora vieni tu a dirglielo.” Sipario.

O forse no.

Perché dietro le quinte, la mossa di Stefani potrebbe essere tutt’altra. Altro che imposizione militare. Il tour che sta preparando in tutte le province del Veneto, dove incontrerà parlamentari, assessori uscenti e consiglieri ansiosi di ricandidarsi, non è detto serva a convincere. Potrebbe servire a farsi dire di no. A mostrare che la Lega veneta non è un’estensione del volere di Zaia. A lasciare che sia il gruppo a bocciare il salvataggio delle due assessore – ma anche degli altri perchè, tranne Calzavara, sono tutti alla fine del secondo mandato – senza che lui debba sporcarsi le mani.

Un “vedo se riesco” che in realtà sembra uno “spero di non riuscire”.

Una trattativa al contrario: se mi dite no, io torno a Salvini a mani pulite.

E le ancelle, si arrangino.

Perché il vero spartito di questa sinfonia in minore è la successione. Il test sul doppio mandato è solo la prova generale. Se i consiglieri non si piegheranno, vorrà dire che Stefani ha già consolidato il suo blocco di potere, pronto a governare senza dover ereditare tutto l’apparato del Doge. Anzi: liberandosene.

Così, quando a novembre cambierà inquilino a Palazzo Balbi, Zaia scoprirà che le sue fedelissime non sono state fermate dalle regole, ma dalla politica. Quella che non perdona, e che soprattutto non dimentica chi è il vero capo.

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