di Arrigo Abalti · Agosto 6, 2025
Per candidarsi nelle liste della Lega veneta alle regionali serve versare un contributo al partito che passerebbe da 20mila a 40mila euro. Una prassi che si sta diffondendo ovunque e che trasforma i partiti in agenzie di collocamento. Con tanto di fee d’ingresso da capogiro
Per candidarsi nelle liste della Lega veneta alle regionali serve versare un contributo al partito che passerebbe da 20mila a 40mila euro. Una prassi che si sta diffondendo ovunque, in tutti i partiti, e che trasforma la politica in un’agenzia di collocamento. Con tanto di fee d’ingresso da capogiro.
Il meccanismo è semplice e spietato: vuoi cinque anni di stipendio regionale? Versa tra i 20 e i 40mila euro. Non hai i soldi? Arrangiati altrove. È la fine di ogni retorica sul servizio alla comunità, sulla chiamata civica, sulla selezione dei migliori. Adesso la politica funziona come un ufficio di collocamento dove paghi una quota di iscrizione equivalente a uno stipendio medio annuale per accedere a emolumenti che nella maggior parte dei casi puoi solo sognare.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Se vai in cerca di soldi, ti arriveranno solo due tipologie di candidati: quelli che hanno il denaro da darti – e che poi te lo ricorderanno quando avranno gli strumenti per farlo – oppure quelli disposti a tutto perché non hanno alternative, perchè in fondo vivere di politica è sempre meglio che lavorare. In entrambi i casi, addio alla selezione meritocratica.
Ma c’è di più. Questa prassi, ormai trasversale a tutti i partiti, rende la politica ostaggio di chi ha direttamente o indirettamente disponibilità economiche. E spesso è l’anticamera dei pasticci. Chi mette soldi per candidarsi poi pretende ritorni, favori, corsie preferenziali. Chi non ha soldi propri ma li trova altrove finisce inevitabilmente in debito con qualcuno. Il meccanismo è perverso e autoalimentante.
Dalle centotrenta candidature previste dalla Lega bisognerà fare una selezione anche economica. Chi paga passa, chi non paga resta a casa. Semplice, efficace, devastante.
È il definitivo ribaltamento della logica democratica. Siamo passati dalla ricerca dei migliori rappresentanti della società civile che si mettevano al servizio del Paese, a un sistema dove la politica è diventata un business. Paghi il biglietto d’ingresso, ottieni cinque anni di stipendio garantito, più eventuali benefit e la possibilità di costruirti una carriera. I cittadini? Semplici comparse di una rappresentazione dove gli attori si sono scelti da soli in base al portafoglio.
I malumori interni alla Lega sono solo la schiuma di un malessere più profondo che attraversa tutto il sistema politico italiano. Quando i partiti trasformano le candidature in una questione economica, inevitabilmente si creano dinamiche perverse. Chi ha pagato pretende, chi non può pagare rosica, chi può andare altrove se ne va. E intanto la politica diventa sempre più un affare per ricchi o per chi è disposto a perdere la propria libertà di scelta perchè va a rappresentare chi lo finanzia, non i suoi elettori.
Il risultato è una classe politica sempre più autoreferenziale e distante dalla realtà sociale che dovrebbe rappresentare. Una politica che risponde a se stessa e a chi gli paga il fee d’ingresso o la campagna elettorale. Una politica fatta da chi può permettersela, per chi può permettersela. Con buona pace di quella democrazia rappresentativa che un tempo sembrava essere il nostro orgoglio.
Ma quale messaggio arriva alle nuove generazioni da questa pratica? Semplice: se vuoi fare politica, prima riempi il portafoglio. La passione civica, l’impegno sociale, la competenza? Dettagli secondari rispetto alla capacità di versare 40mila euro al partito. Ai giovani che faticano a trovare lavoro, che spesso vivono ancora con i genitori, che sognano di cambiare il mondo, la politica dice: prima pagatevi l’ingresso, poi ne parliamo.
E all’elettore che messaggio arriva? Che il suo voto serve a legittimare una classe dirigente selezionata in base al conto in banca, proprio o del proprio padrino. Che la rappresentanza democratica è diventata una finzione, dove chi lo rappresenta è stato scelto non per le sue idee o la sua capacità, ma per la sua disponibilità economica. E poi ci chiediamo perché c’è sempre meno gente che va a votare. Chi dovrebbe sentirsi rappresentato da candidati che hanno comprato il posto?
Complimenti davvero. Abbiamo trasformato la politica in un ufficio di collocamento a pagamento, sbarrato la strada alle nuove generazioni e tradito la fiducia degli elettori. E il bello è che nemmeno ce ne vergogniamo più. Anzi, lo diciamo pure apertamente: “Quanto costa un posto?”. Come se fosse la cosa più normale del mondo vendere la democrazia al miglior offerente.



