di Arrigo Abalti · Luglio 7, 2025
Zaia 64. Ovvero la fine dell’invincibilità
E alla fine, anche il Doge scende sotto il 70. Fa notizia non perché crolla. Ma perché non è più imbattibile. Il sondaggio di oggi del Sole 24 Ore è chirurgico: Zaia al 64%. Secondo in Italia, sempre forte. Ma molto meno dominante. Meno 10,8 rispetto alle elezioni del 2020.
Per capire quanto pesi, bisogna ricordare da dove venivamo: 74%, 78%, perfino il 92% nei giorni dell’eroe pandemico in diretta ogni giorno da Marghera. Zaia non era solo un presidente. Era un brand. Il “modello Veneto”. Il Nord-Est rassicurante. L’autonomia da esibire come una reliquia.
E oggi? È ancora lì, ma qualcosa si è rotto. Non la popolarità, che resta alta. Ma la suggestione dell’infallibilità. Il re è stanco. E il regno pure. Le crepe sono tante, e vengono da dentro. Altro che attacchi esterni.
La sanità? Era il fiore all’occhiello. Ora è il fianco scoperto. Liste d’attesa risolte secondo la narrazione, ancora critiche secondo i veneti, medici che scappano, cittadini che pagano si rivolgono al privato o rinunciano a curarsi. Succede anche qui.
Zaia prova a metterci la faccia, ma la faccia non basta più. Perché il problema non è comunicativo. È sistemico. E quando il “modello” comincia a sembrare un PowerPoint del passato, il consenso scivola via.
Le infrastrutture? Peggio. Grandi annunci, pochi cantieri. La Pedemontana c’è, ma con costi che sembrano scritti da un notaio pazzo. Alta velocità? Una telenovela. E intanto la vicepresidente Elisa De Berti, zarina della mobilità, porta in dote più slide che chilometri. Risultato? Il “fare veneto” si è inceppato. E la Regione locomotiva è finita in deposito.
E poi c’è la politica. Ah, la politica.
Il terzo mandato non è mai stato davvero in gioco. Era una guerra personale, finita male. La Lega nazionale ha evidentemente mollato Zaia. Fratelli d’Italia ha fatto finta di niente, ma nel frattempo ha piazzato uomini, avamposti, candidati.
Zaia è rimasto solo nella stanza dei bottoni, mentre intorno tutti apparecchiano il post-Zaia. E lui lo sa. Ma non può dirlo.
E l’autonomia? Quella è diventata una favola per adulti, un referendum celebrato e sepolto, che oggi non commuove nemmeno più i sindaci. Nessun decreto, nessuna svolta. Solo dichiarazioni. Solo riti. Ed è un’altra occasione mancata non solo per la Lega, ma per il Veneto e per la serietà con cui se ne sono occupati i giuristi che ci hanno lavorato. Un dream team che speriamo non vada in soffitta con l’archiviazione di una stagione politica.
In ogni caso sia chiaro, Zaia al 64% non è una sconfitta. È una svolta. È la linea sottile che separa l’epopea dal declino. È la cifra che dice: il tempo dell’invulnerabilità è finito.
Oggi il governatore non è più l’uomo che determina, ma quello che deve contrattare la sopravvivenza politica. Non impone, propone. Non decide, aspetta. E nel frattempo il centrodestra veneto – quello vero – si interroga su chi verrà dopo. E la spinta su Stefani da una parte, e su FdI dall’altra, è iniziata dal giorno dopo il non expedit sul terzo mandato.
È cominciato il dopo-Zaia. Anche se Zaia è ancora lì. E in fondo, nessuno ha il coraggio di dirlo. Tranne i sondaggi.



