di Arrigo Abalti · Luglio 7, 2025
Quando Roma decide tutto e il Veneto fa finta di scegliere
Nel Veneto che dovrebbe scegliere il prossimo presidente della Regione, la politica ha scelto di non scegliere. O meglio: ha scelto che a scegliere sia Roma. E i veneti, da protagonisti del dibattito autonomista, sono diventati comparse in una messinscena preconfezionata.
Una premessa d’obbligo dopo la convention del Carroccio dei giorni scorsi a Treviso e i messaggi in bottiglia al Centrodestra sul “diritto” a un candidato presidente leghista e sull’opzione “andiamo da soli”. Bella iniziativa, ma rimane una sensazione di disorientamento.
Dopo mesi di psicodramma sul terzo mandato di Zaia – il quarto, in realtà – il tema si è sgonfiato con un sospiro da retrobottega. Salvini, prima regista e poi comparsa – forse -, ha mollato il colpo. Ma il teatrino è rimasto: nessuna data fissata, nessun candidato ufficiale, né da una parte né dall’altra. Si va avanti a trattative tra segreterie, note verbali e silenzi rumorosi.
Nel centrodestra, si temporeggia per lasciar respirare Fratelli d’Italia, che vorrebbe piazzare un suo nome. La Lega, invece, vorrebbe vendere l’anima pur di non cedere il Veneto. Da qui il balletto del “chi tocca a chi”, raccontato come se fosse una questione di alto profilo istituzionale, e invece è la solita contabilità tra correnti. Anche il centrosinistra, come da tradizione, non delude le aspettative di autolesionismo. C’era il sogno di presentare l’ex sindaco di Treviso Giovanni Manildo come “l’uomo che ha battuto la Lega”. Poi qualcuno ha ricordato che aveva vinto contro una Lega che Gentilini aveva già demolito in anticipo. Dettagli.
Ma il punto è un altro. La vera norma non scritta di questa tornata elettorale è che il Veneto è il caso esemplare della democrazia rovesciata: la Regione più autonomista d’Italia che si fa scegliere i candidati da Roma. I partiti locali sembrano agenzie esecutive degli equilibri nazionali. Il confronto sul programma? Rinviato a data da destinarsi, a urne forse già aperte. Il coinvolgimento degli elettori? Limitato alla facoltà di osservare.
E poi ci si chiede perché cresca l’astensionismo, perché la politica perda credibilità. Forse perché – come direbbe Logan Roy, l’implacabile patriarca di Succession –
“Ti lascio pensare di avere una scelta. È così che ti tengo al guinzaglio.”
Ecco, il guinzaglio lo tengono saldamente i vertici di partito. Le Regioni fanno finta di correre libere, ma la verità è che girano in tondo. In Veneto, l’autonomia è diventata retorica per comizi, mentre le decisioni passano per i corridoi ministeriali. Il paradosso è servito: si invoca il “territorio” e intanto si segue l’agenda nazionale. Si parla di “partecipazione” e intanto si azzerano i margini di discussione.
Alla fine, questa campagna elettorale che non inizia mai racconta molto più di quel che sembra. Non tutto ciò che è formalmente democratico è davvero partecipativo. E a forza di far finta che contino le urne, finirà che non ci andrà più nessuno. Anche perché, come in ogni partita truccata, le pedine si accorgono presto che la scacchiera è già stata disegnata da altri.



