di Arrigo Abalti · Marzo 15, 2026
Marghera, 9 marzo 2026. Una lettera da Los Angeles. Trentasette vite come voce di bilancio
Cheryl Nash, responsabile del business APL di InvestCloud, ha rilasciato un’intervista a gennaio. Due mesi fa. In quell’intervista ha detto che l’intelligenza artificiale «non sostituirà i consulenti». Ha aggiunto, con la saggezza tipica del manager americano in gran forma, che «non ho mai visto un lavoro in cui non ci fosse bisogno di connessione umana». Applausi. Sessanta giorni dopo, InvestCloud ha licenziato in blocco tutti i trentasette dipendenti della sede italiana di Marghera. Nessuna riconversione. Nessun piano. Una lettera. La connessione umana aveva trovato il modo di connettersi con qualcosa di meno costoso.
Cechov insegnava che se nel primo atto appare un fucile, nel terzo deve sparare. Nash ha mostrato il fucile a gennaio. A marzo ha sparato. Contro chi l’aveva applaudita.
Il capitalismo digitale ha inventato una figura retorica nuova, più potente dell’eufemismo e più subdola dell’ipocrisia: la profezia retroattiva. Funziona così. Prima annunci che una certa cosa non accadrà. Poi la fai accadere. Poi spieghi che era inevitabile. È il cerchio perfetto — comincia con una rassicurazione e finisce con una scrollata di spalle, e nel mezzo ci sono trentasette famiglie che il 9 marzo 2026 hanno ricevuto una lettera da Los Angeles come si riceve una cartolina da un posto in cui non si andrà mai.
Perché bisogna pur che qualcuno lo dica: InvestCloud Italy non era un’azienda in crisi. Era un’azienda florida. Il bilancio 2024 registra un utile netto di 501.000 euro, un fatturato di quasi dieci milioni, una crescita del 63% sull’anno precedente. I ricavi pro capite superano i 248.000 euro per addetto. Sono numeri che nei distretti industriali veneti si espongono in bacheca come medaglie olimpiche. InvestCloud li ha esposti il 9 marzo sotto forma di procedura di licenziamento collettivo. Come Zola scriveva dei minatori di Germinal — «la miniera li aveva consumati, la miniera non ne aveva bisogno» — così Los Angeles ha consumato Marghera e poi ha deciso che non ne aveva più bisogno. Con la differenza che Zola scriveva di un’epoca di sfruttamento e noi siamo nel 2026, con tutte le tutele del caso, con tutti i tavoli del caso, con tutta la solidarietà del caso.
La lettera è un capolavoro del genere. «Significativa accelerazione dei cambiamenti tecnologici». «Riallineamento strutturale». «Innovazione replicabile e scalabile». «Piattaforma tecnologica integrata». Sono frasi che non si possono contestare perché non dicono niente di contestabile — galleggiano sopra la realtà come le mongolfiere sopra le trincee della Grande Guerra, belle e inutili e lontane da tutto. Dietro quelle frasi ci sono trentasette persone con un mutuo, figli, vent’anni di competenze costruite in un settore che loro stessi hanno contribuito a far crescere da quando l’azienda si chiamava ancora Finantix e aveva radici nel territorio.
Uno di loro ha detto, parlando alla stampa con la voce di chi non ha più niente da perdere e quindi può permettersi la verità: «La mano umana, noi lo vediamo tutti i giorni, resta fondamentale». È la frase più importante di tutta la vicenda. Viene da dentro. Chi faceva quel lavoro sa cosa può fare una macchina e cosa no — e dice che la macchina non può farlo. Ma l’azienda non stava in quella stanza. Stava a Los Angeles, guardava un foglio Excel e ottimizzava. Come il generale che sposta le bandierine sulla mappa senza sentire il rumore del fronte.
Marghera non è nuova a questo tipo di silenzi. Porto Marghera è il luogo simbolico per eccellenza del capitalismo che costruisce e poi abbandona — le ciminiere, il petrolchimico, le bonifiche infinite, la laguna avvelenata e poi ripulita, la storia industriale italiana che passa di lì come passa un fiume in piena e lascia il segno per decenni. Pier Paolo Pasolini la attraversava in treno e la guardava come si guarda una ferita aperta sul fianco di un paese che non si decide mai a curarsi davvero. Oggi la ferita ha un nome diverso — non si chiama più petrolchimico, si chiama intelligenza artificiale — ma la meccanica è identica: qualcuno decide altrove, qualcuno paga qui.
La decisione questa volta è partita da Los Angeles dentro una strategia globale che nelle stesse settimane ha già smontato sedi a Singapore, a Londra, negli Stati Uniti. Marghera è un tassello. Non una storia veneta — è una storia californiana che è passata per il Veneto come passa un temporale, senza chiedere permesso e senza lasciare recapiti.
Massimo Cacciari lo aveva scritto con un decennio di anticipo, con il tono profetico che i filosofi italiani esercitano con maggiore precisione dei ministri dell’economia: l’intelligenza artificiale redistribuisce. Prende la produttività e la manda in alto. Prende la precarietà e la manda in basso. Lo fa con l’efficienza di un processo automatizzato — che è esattamente il punto, e che è esattamente ciò che nessuno vuole sentirsi dire quando il processo è ancora in corso e i posti di lavoro esistono ancora e si può ancora far finta che il problema sia altrove, sia domani, sia degli altri.
Il problema è qui. È adesso. È nei call center, nelle prenotazioni, nelle analisi finanziarie, in tutti quei mestieri con competenze intermedie che Hannah Arendt avrebbe riconosciuto come il tessuto connettivo della società civile — non abbastanza specializzati per essere insostituibili, non abbastanza semplici per essere irrilevanti. È lì che il prossimo 9 marzo è già scritto. Manca solo il destinatario.
La segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola ha scritto sul Corriere della Sera parole di solidarietà e di richiesta istituzionale. Giuste. Necessarie. Storicamente insufficienti — non per colpa di Fumarola, ma perché il sindacato italiano, come Amleto, sa benissimo cosa andrebbe fatto e continua a chiedersi se sia più nobile nell’animo sopportare o prendere le armi. Nel frattempo Ofelia annega. I trentasette di Marghera aspettano gli ammortizzatori sociali.
Il presidente Alberto Stefani ha detto che la Regione farà la propria parte. Bene. Ma la parte della Regione non può essere soltanto accompagnare l’uscita. Il Veneto ha una tradizione manifatturiera abbastanza solida da poter dettare condizioni, una rete istituzionale abbastanza credibile da farle rispettare. Costruire una politica che dica alle multinazionali — non solo a InvestCloud, a tutte — che l’innovazione è benvenuta ma deve portare con sé un piano di riconversione e non una lettera del lunedì mattina: questo è il compito. Lo fanno in Baviera. Lo stanno facendo in Svezia. Il Veneto potrebbe essere il primo laboratorio italiano di quel modello. Stefani ha il capitale politico per provarci adesso, finché la ferita è aperta. Le ferite rimarginate, in politica, non producono mai le riforme che avrebbero dovuto produrre da aperte.
I trentasette troveranno lavoro, dice il sindacato. Probabilmente è vero. Ma — come diceva Fitzgerald, che di grandi illusioni americane se ne intendeva — «così continuiamo a remare, barche contro corrente». La corrente, stavolta, parte dalla California. E non chiede il permesso a nessuno.
Finora in Italia arriva sotto forma di lettera.



