Il coefficiente

di Redazione · Agosto 9, 2026

Prestazioni aggiuntive nell’Ulss 3 Serenissima

 

Il numero da cui bisogna partire non è quattrocentomila euro, che è la cifra finita sui giornali e il modo più rapido per non capire niente della faccenda, ma un tre, un misero tre, sepolto in una parentesi della delibera dell’Usl 3 Serenissima con l’aria di non contare nulla: «calcolando una media di tre all’ora». Tre visite ogni sessanta minuti, venti minuti a paziente, uguali per tutti, e da lì in poi è solo aritmetica, perché cinquemila ore diviso tre fa quindicimila visite e quindicimila visite fa un titolo. Il numero non misura le visite: misura chi ha scelto il divisore. Ma il divisore, alla fine, è il problema minore, perché la domanda vera non è quante visite escano da quelle ore. È da dove arrivino quelle ore.

Arrivano da dentro. È tutto qui, ed è il punto che nessuno ha sollevato.

Quando la Regione compra prestazioni da una struttura privata accreditata — che l’articolo 8-bis del decreto legislativo 502 del 1992 riconosce come erogatore del servizio pubblico e non come ripiego dell’ultima ora, e che l’articolo 118 della Costituzione, ultimo comma, colloca nella sussidiarietà, cioè fra i soggetti che concorrono all’interesse generale — sta comprando capacità che prima non esisteva: sale che non sono sue, apparecchiature che non ha pagato, personale che non ha in organico, orari che si sommano ai propri. Il sistema, al netto, cresce. E cresce dentro un recinto costruito in trent’anni, con tariffa da nomenclatore, requisiti di accreditamento verificati, controlli di appropriatezza e la facoltà di contestare e non pagare, tutto poggiato sul principio più elementare che ci sia: si paga l’atto, non il tempo.

Quando invece l’azienda compra ore aggiuntive dai propri specialisti ambulatoriali interni non aggiunge niente a niente. Sono le stesse persone, le stesse stanze, le stesse macchine, la stessa Usl, e l’unica cosa che cambia è che il medico il quale fino alle quattordici lavorava in convenzione, dalle quindici lavora a contratto. Il tetto delle trentotto ore settimanali fissato dall’accordo nazionale vale per l’incarico ordinario e le prestazioni aggiuntive stanno fuori da quel tetto, che è la loro intera ragione d’essere: sicché quelle cinquemila ore vengono ritagliate dal tempo residuo di professionisti i quali, nel frattempo, dovrebbero tenere aperti gli ambulatori distrettuali, i consultori, l’assistenza programmata nelle residenze protette, il domicilio — perché è lì che l’accordo nazionale colloca lo specialista ambulatoriale interno, e non in corsia. Si toglie al territorio per rifornire l’ospedale. E siccome nel monitoraggio ci finisce la prima visita e non l’ambulatorio di distretto che chiude un pomeriggio a settimana, l’operazione sulla carta riesce sempre.

Il contorno, del resto, è ottimo, e chi si mette a scrivere di sanità veneta partendo dall’idea che sia un disastro sta scrivendo di un’altra regione: il report Agenas di luglio dà le prime visite nei tempi dal 90,4 al 91,5 per cento e la diagnostica dal 96,2 al 97,1, con il Veneto ai vertici, numeri veri e guadagnati. Salvo che dalle cronache del Corriere del Veneto affiora un’espressione che nelle classifiche non compare e che chiunque abbia accompagnato un familiare a un CUP riconosce all’istante, liste di galleggiamento, quelle in cui ti dicono che posto non c’è e non ti prenotano e non ti rifiutano e tu resti lì a galla: e chi galleggia non sta nel 91,5 per cento, ma nemmeno nell’8,5 che manca, perché non ha un appuntamento e la percentuale conta gli appuntamenti rispettati. Il denominatore ce lo siamo scelti noi. E dentro quel denominatore, guarda caso, l’ora spostata dal distretto all’ospedale figura come un miglioramento due volte: una perché la visita ospedaliera si conta, l’altra perché la visita distrettuale che non è più erogabile non si conta affatto.

Poi ci sono le tabelle, e le tabelle dicono che la scelta è stata una sola per tutti: dermatologia 560 ore e 1.680 prestazioni, oculistica 450 e 1.350, ematologia 400 e 1.200, pneumologia idem, e poi cardiologia, chirurgia, geriatria, ortopedia, urologia, ostetricia, undici discipline e un ritmo solo, sicché il tre della dermatologia è identico al tre della geriatria e l’ottantenne con sei farmaci nella borsa e la figlia che parla al posto suo vale, in minuti, quanto il controllo di un nevo. Nessuno ha deliberato che fossero equivalenti, il che sarebbe già grave: è successo di peggio, non ha deliberato niente nessuno, perché il conto andava chiuso e un numero solo è più comodo di undici.

Mentre alla clinica accreditata si chiede il referto e si sindaca l’appropriatezza, allo specialista interno si chiede la firma sul foglio delle ore. Due contratti con lo stesso Servizio sanitario nazionale, e il più severo è quello che tocca a chi sta fuori. C’è poi la confessione, che è a verbale e nessuno ha raccolto: siccome quei medici lavorano anche altrove il monte ore effettivo non si conosce, per cui l’azienda stima una copertura «non inferiore al settanta per cento». Rileggetela adagio: spesa certa su disponibilità incerta, moltiplicata per un coefficiente convenzionale, e il prodotto esce sui giornali come un fatto.

Restano tre domande che non sono segreti di Stato ma righe di una tabella già esistente: delle 4.995 ore, quante finiscono in ospedale e quante nei distretti, che è poi l’unico modo per sapere se il territorio ci abbia rimesso e quanto; se gli specialisti coinvolti fossero già al tetto delle trentotto ore, perché o si compra capacità inutilizzata e allora bisogna spiegare perché non era già impiegata sul territorio, oppure si compra tempo a chi il tetto lo ha raggiunto, e allora si chiede a professionisti a pieno carico di lavorare oltre sperando che la stanchezza resti fuori dal referto; e infine se si liquidi a ora o a tariffa da nomenclatore come prevede l’accordo nazionale, perché in quel caso l’azienda pianifica in ore e paga in atti, e quel tre non è una stima ma un tasso di cambio fissato da chi compra. Se non risponde nessuno, il pezzo si scrive da sé.

Ed è qui che la faccenda smette di essere tecnica, perché a questo punto la domanda non riguarda più una delibera ma l’oggetto stesso di cui stiamo parlando: se il Servizio sanitario esista per curare i pazienti o per alimentare se stesso. Detta così è un’accusa da bar, e sarebbe ingiusta verso migliaia di persone che quel servizio lo tengono in piedi con la schiena. Posta bene è un’altra cosa. Il sistema non ha smesso di pensare al paziente per cinismo: ha smesso di vederlo, perché si è dotato di strumenti che misurano la propria attività e non l’esito su chi la riceve. Conta le prestazioni erogate, i tempi rispettati, le ore acquistate. Non conta i percorsi chiusi. Non conta chi galleggia. Non conta la porta del distretto che resta chiusa il mercoledì pomeriggio perché lo specialista, quel pomeriggio, è stato comprato altrove. E da un certo punto in avanti — è successo senza che nessuno lo decidesse, come sempre nelle cose grosse — migliorare il servizio e migliorare la misura hanno smesso di essere la stessa cosa, e a nessuno è mai stato chiesto conto della prima.

Il consiglio regionale approva ogni anno i bilanci sanitari, discute di posti letto, piante organiche, case di comunità, vota, si divide, esce soddisfatto; le tabelle delle prestazioni aggiuntive passano come allegati tecnici e sui coefficienti, in trent’anni, non è mai stata depositata un’interrogazione. Il controllo politico si ferma esattamente dove comincia l’aritmetica. Non è distrazione: è che un numero ha il privilegio di sembrare neutro, una scelta si discute e un fatto si prende, e quel tre è arrivato in fondo alla catena travestito da fatto quando è la decisione più politica dell’intera delibera, perché stabilisce quanto tempo vale un paziente veneto e lo stabilisce uguale per il novantenne e per il ragazzo con il neo.

Il quale, il ragazzo con il neo, si siede su una sedia dopo aver aspettato due mesi da quando sua moglie gli ha notato la macchia sulla schiena, e ha venti minuti, e poi si alza, ed è una delle quindicimila: un numero che il sistema iscriverà a proprio credito. Nello stesso pomeriggio, in un ambulatorio di distretto a quaranta chilometri da lì, c’è una porta chiusa e nessuno che la conti — perché quella, nel bilancio della salute pubblica veneta, non è una perdita. Semplicemente non è niente.

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