Sudamerica

di Redazione · Agosto 4, 2026

La ricetta dell’assessore Gerosa per la carenza di infermieri

 

A Belluno, lunedì, la sala era piena, ma non di infermieri. C’erano l’assessore Gerosa, il prefetto, i rappresentanti dell’Università di Padova, dell’Ater, dell’Associazione Bellunesi nel Mondo: mancava soltanto l’oggetto della conferenza stampa, che al momento esiste solo su carta, in una delibera regionale dello scorso aprile, e nella promessa — pronunciata quasi en passant, tra un applauso e l’altro — che i primi arrivi si vedranno nella seconda metà del 2027. Anni di distanza, dunque, tra l’annuncio e il primo turno di notte coperto da un infermiere argentino o brasiliano in un ospedale del Bellunese. La macchina della comunicazione, nel frattempo, il suo lavoro lo ha già fatto: la notizia è uscita, i titoli sono stati scritti, «sono i nostri migranti» è diventata la frase del giorno. Il problema, semmai, arriverà dopo. Quando bisognerà contarli, gli infermieri veri, non quelli desiderati.

 

Uno schema che si ripete

Il Veneto però stavolta non inventa nulla. Ripete, con qualche mese di ritardo e la variante sudamericana al posto di quella centroasiatica, uno schema già collaudato altrove — e proprio per questo misurabile. La Lombardia lo aveva già fatto con Argentina e Paraguay prima ancora di firmare, nell’ottobre 2025, l’accordo con l’Uzbekistan: dieci infermieri ricevuti da Fontana a Palazzo Lombardia, stretta di mano, dichiarazione sull’«azione concreta», promessa di altri duecento in arrivo e di tremila nel giro di qualche anno. Roma ha fatto lo stesso a livello nazionale, firmando con l’India — in visita ufficiale a maggio — un’intesa che il ministro Schillaci ha presentato come inevitabile e che ha demandato, non a caso, alle Regioni il compito materiale del reclutamento: «come è già avvenuto in Lombardia con i sudamericani», si legge nelle cronache di quei giorni. E prima ancora la Calabria, con i medici cubani della missione Henry Reeve, aveva aperto la strada — non per visione, ha ammesso lo stesso Occhiuto, ma «per disperazione», dopo dodici anni senza un’assunzione in una sanità commissariata.

È una fila ordinata. Ogni Regione sceglie il suo bacino — chi il Sudamerica per affinità migratoria, chi l’Uzbekistan per accordi bilaterali di più ampio respiro, chi Cuba per la diplomazia sanitaria dell’Avana, chi l’India per la scala del progetto — ma il copione è identico: annuncio in pompa magna, cifre tonde, retorica dell’anticipazione o dell’emergenza, e un orizzonte temporale che si misura in anni, non in mesi.

 

Quello che i precedenti raccontano

Chi ha la pazienza di seguire i precedenti fino in fondo, e non solo fino al titolo, trova due ordini di problemi.

Il primo è la tenuta del progetto nel tempo. In Lombardia, dove il modello sudamericano-poi-uzbeko è già alla sua seconda iterazione, la consigliera regionale del Pd Carmela Rozza ha messo il dito su un punto che nessuna conferenza stampa affronta mai: nessuno garantisce che gli infermieri stranieri, una volta formati a spese pubbliche, restino davvero in Italia. È la stessa obiezione che il sindacato Nursing Up ripete, quasi con le stesse parole, a proposito dell’accordo con l’India: «il problema non sono gli infermieri indiani, il problema sono gli infermieri italiani che continuano ad andarsene». Tradotto: si importa personale senza aver risolto il motivo per cui quello formato in casa se ne va — stipendi, turni, carichi di lavoro, mancanza di prospettive. Un tampone, appunto, non una cura.

Il secondo problema è più scomodo, e ha un nome preciso: San Raffaele. A dicembre, il reparto di cure intensive dell’ospedale milanese è andato in tilt per una notte intera, con infermieri di una cooperativa esterna — secondo la denuncia sindacale — «catapultati senza affiancamento». L’amministratore delegato si è dimesso in ventiquattr’ore, la Procura ha aperto un fascicolo, ed è emerso che il sistema regge grazie a una deroga, inserita nel decreto flussi del 2024 e valida fino al 2027, che permette di autocertificare i titoli conseguiti all’estero. Non un caso isolato, secondo la ricostruzione di IrpiMedia, ma il punto d’arrivo prevedibile di una sequenza — carenza cronica, esternalizzazione d’emergenza, personale inserito senza formazione adeguata — già in corso, verificano i cronisti, in altri ospedali italiani. Esattamente la stessa finestra temporale, il 2027, in cui il Veneto promette i suoi primi arrivi.

 

Il nodo retorico

C’è, infine, una frase che merita di essere isolata dal resto, perché dice più di ogni tabella con i numeri del fabbisogno. «Sono i nostri migranti», ha detto l’assessore Gerosa, agganciando l’operazione alla memoria dell’emigrazione veneta e bellunese verso l’Argentina e il Brasile. È un’immagine efficace, quasi commovente. Ma rovescia in racconto identitario e vagamente risarcitorio — il Veneto che fu terra di partenze ora si fa terra di accoglienza — un’operazione che, spogliata della sua cornice retorica, resta reclutamento di manodopera sanitaria qualificata da Paesi che a loro volta, formandola, la perdono. Non è un giudizio morale sull’operazione in sé — la mobilità internazionale dei professionisti sanitari esiste, ed esisterà sempre di più, in un continente che secondo l’Oms perderà un milione di infermieri entro il 2030. È un giudizio sulla sproporzione fra l’enfasi della comunicazione e la sostanza, per ora, ancora tutta da costruire: nessun infermiere, nessun contratto, nessun visto. Solo un protocollo, una fotografia in prefettura, e un impegno a rivedersi fra tre anni.

 

Il vero indicatore

La Uil calcola che al Veneto mancheranno ventimila infermieri entro il 2035. Su quella voragine, poche decine di persone attese nel 2027 — ammesso che arrivino, ammesso che restino, ammesso che i corsi di lingua e i percorsi di riconoscimento dei titoli funzionino meglio di quanto sia successo altrove — pesano come una goccia buona per il titolo di giornale, non per il turno di notte. Il tempo, in questa storia, è l’unico indicatore che non si può truccare con una conferenza stampa: un progetto che promette risultati fra tre anni ma chiede applausi oggi non sta comunicando una soluzione. Sta comunicando un’intenzione. E le intenzioni, in un reparto di terapia intensiva alle tre del mattino, non coprono i turni.

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