Veneto primo in sanità

di Redazione · Luglio 10, 2026

Pubblicata la classifica dei LEA

 

C’è un rito, ogni anno, che si consuma nel silenzio delle sale del ministero della Salute prima di finire, semplificato, nei titoli dei giornali: il Comitato permanente per la verifica dei livelli di assistenza si riunisce, incrocia ottantotto indicatori, ne isola ventisette definiti CORE, e produce un verdetto che dovrebbe dirci una cosa semplice — se lo Stato sta mantenendo la promessa scritta nella Costituzione, quella di garantire a tutti, ovunque, le stesse cure.

Il verdetto per il 2024, appena certificato, racconta una storia più complicata di quanto le classifiche lascino intendere. E soprattutto racconta una storia che l’architettura stessa del sistema di misurazione custodisce con cura: qui non c’è un podio, c’è una soglia. Sessanta punti, sotto i quali una Regione non è “ultima in classifica”: è, semplicemente, inadempiente rispetto a un diritto costituzionale.

È una distinzione che vale la pena di spiegare, perché è politica prima che tecnica. Il Nuovo Sistema di Garanzia, introdotto nel 2019 e in vigore dal 2020, ha sostituito la vecchia “griglia LEA” proprio per eliminare un vizio: la possibilità che una Regione compensasse le carenze in un’area con l’eccellenza in un’altra. Da quando il nuovo sistema è in vigore, questa scorciatoia contabile non esiste più. Ogni macro-area — prevenzione, distrettuale, ospedaliera — va garantita per sé.

E allora guardiamo i nomi, uno per uno, perché è lì che il principio smette di essere teoria. Il Veneto chiude il 2024 sopra i 95 punti in tutte e tre le aree — 96 in prevenzione, 95 nel distrettuale, 97 in ospedaliera — una regolarità che nessun’altra Regione replica con la stessa uniformità. L’Emilia Romagna la insegue da vicino, con un 97 in prevenzione che è il punteggio più alto d’Italia, ma un 91 in ospedaliera che segnala qualche crepa. La Toscana si tiene stabile su valori alti in tutte le aree, così come il Piemonte, che tocca 95 in prevenzione e 90 nel distrettuale. La Provincia Autonoma di Trento è la regina dell’area ospedaliera, con 94 punti, ma paga un 79 nel distrettuale che la fa scivolare più indietro nella somma complessiva. La Lombardia resta solida ma mai brillante — 96, 89, 85 — la fotografia di un sistema che funziona senza eccellere.

Sul fronte opposto, tre Regioni restano sotto la soglia di sufficienza, e vale la pena dirlo con i nomi e i numeri, perché dietro ogni cifra c’è un pezzo di diritto negato. La Calabria è insufficiente nell’area distrettuale, con 52 punti: significa servizi territoriali — assistenza domiciliare, presa in carico dei cronici, rete delle cure primarie — che non raggiungono lo standard minimo. La Sicilia è insufficiente in prevenzione, con 49 punti, il valore più basso registrato in tutto il Paese: vaccinazioni, screening oncologici, controlli sugli alimenti, le attività che dovrebbero anticipare la malattia prima che diventi emergenza.

E poi c’è la novità che dovrebbe far riflettere più di ogni altra: la Provincia Autonoma di Bolzano, ferma a 59 punti — un solo punto sotto la soglia — sempre in prevenzione. Non è un dettaglio statistico. È la prova che il criterio del reddito, con cui per decenni abbiamo spiegato le geografie sanitarie del Paese, ha smesso di funzionare come chiave di lettura unica. Bolzano non è povera. È, su questo specifico fronte, inadempiente.

Ci sono poi le Regioni che restano in una terra di mezzo, sopra soglia ma lontane dall’eccellenza: la Campania, che con 61 punti in prevenzione sfiora l’insufficienza pur restando tecnicamente promossa, e che secondo il documento ministeriale è una delle tre Regioni — insieme a Marche e Calabria — a non aver registrato alcun miglioramento in quest’area rispetto agli anni precedenti. Il Molise e la Basilicata restano su valori modesti ma sufficienti in tutte le aree, intorno ai 60-70 punti, la definizione statistica di una sanità che sopravvive senza distinguersi. La Sardegna si muove su coordinate simili, con un 65 nel distrettuale che segnala margini ampi di miglioramento.

Il dato di sistema, va detto con onestà, non è negativo. Il confronto storico 2021-2024 mostra una crescita strutturale, non congiunturale, nelle aree della prevenzione e del distrettuale — le due aree su cui negli ultimi anni si sono concentrati gli investimenti del Pnrr in Case di comunità, telemedicina, fascicolo sanitario. L’area ospedaliera, invece, registra una lieve flessione a livello nazionale: un segnale che meriterebbe un supplemento di indagine politica, perché coincide con la crisi nota della carenza di specialisti in pronto soccorso, anestesia, radiologia.

C’è, tra le pieghe tecniche del documento, una notizia che i giornali hanno in gran parte ignorato e che invece meriterebbe un titolo tutto suo: nel 2024 è stato introdotto per la prima volta un indicatore sui donatori di organi in morte encefalica. È la fotografia di un pezzo di sanità che non fa mai notizia finché qualcuno non muore in lista d’attesa per un trapianto, e che invece oggi entra, finalmente, nel radar della valutazione ufficiale. Accanto ad esso, un indicatore di equità che pesa più di tutti gli altri messi insieme: la rinuncia alle cure per ragioni economiche o organizzative. È la misura, per la prima volta esplicita nel sistema di garanzia, di quanto la povertà — quella vera, quella che fa rinunciare a una visita — sia diventata una variabile clinica.

Resta un ultimo punto, il più politico di tutti: questi punteggi non sono un esercizio accademico da archiviare in un cassetto. Determinano, per legge, l’accesso delle Regioni alla quota premiale del Fondo sanitario nazionale. Chi è sotto soglia — la Calabria, la Sicilia, Bolzano — non riceve solo un giudizio negativo: riceve meno risorse l’anno successivo. È un meccanismo che, sulla carta, dovrebbe incentivare il miglioramento. Nella pratica, rischia di essere una sanzione che colpisce chi ha già meno, in un cortocircuito che la politica sanitaria italiana, di governo in governo, non ha mai avuto il coraggio di correggere davvero.

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