Tu chiamale se vuoi… migrazioni

di Arrigo Abalti · Luglio 5, 2026

“Chi vuole essere ubbidito conviene che sappia comandare.”
— Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, III, 22

 

Il Veneto chiede da vent’anni di governarsi da solo. Poi, quando gli si offre l’occasione concreta per farlo — costruire i propri letti di riabilitazione invece di affittarli al vicino — sceglie di restare inquilino. È uno dei tanti paradossi della sanità italiana: la regione che ha fatto dell’autonomia una bandiera, un referendum e un ministero dedicato a Roma, finisce ogni anno per firmare un assegno ad altri per fare ciò che avrebbe potuto fare da sé. Si chiama autonomia differenziata. Nella pratica, per la riabilitazione, è diventata beneficenza differenziata: il Veneto è autonomo nel rivendicare competenze, dipendente nel doverle finanziare fuori casa.
I numeri, per chi ancora pensasse a un’iperbole, sono questi. Lo standard nazionale fissa 0,7 posti letto di riabilitazione ogni mille abitanti. Il Veneto, con i suoi cinque milioni scarsi di residenti, avrebbe bisogno di circa 3.500 posti letto. Ne ha 2.000, cioè 0,4 ogni mille: millecinquecento letti mancanti, un buco che nessun referendum sull’autonomia ha mai riempito. Colmarlo sarebbe costato circa otto milioni di euro l’anno. Non colmarlo ne costa quindici, versati soprattutto a Trentino ed Emilia-Romagna per curare i veneti che in casa un letto non lo trovano — spesso dopo un costoso trasferimento in ambulanza, l’unico servizio su cui il Veneto, va detto, non lesina.
Il vizio ha una data di nascita precisa: il 2019, quando il Piano Socio Sanitario regionale scrive l’impegno. Arriva il Covid, e per due, tre anni c’è un’emergenza da gestire: il sistema è altrove, occupato a contare terapie intensive. Ma il Covid finisce, e l’impegno resta lettera morta lo stesso — il che dovrebbe insegnarci che la pandemia non è stata la causa del ritardo, ma solo il suo alibi più comodo. Da allora la fuga dei veneti verso i centri di Trento e Bologna non si è mai fermata, mentre Asiago, Lonigo, Lamon, Motta di Livenza, Negrar e tanti altri restavano lì, sottodimensionati per scelta, a guardare. Strutture pubbliche o strutture convenzionate. Cambia niente.

Chi doveva accorgersene lo sapeva benissimo, perché lo firma di persona: Manuela Lanzarin, assessore alla Sanità per l’intera legislatura Zaia, oggi — con un tempismo che la satira non oserebbe inventare — presidente della Commissione Sanità del Consiglio regionale. È un po’ come nominare l’imputato giudice del proprio processo: la stessa persona che non ha attivato lo standard oggi presiede l’organo che dovrebbe vigilare sul perché non sia stato attivato. Luca Zaia, che di quella giunta è stato il volto e la voce per tre mandati, ha intanto costruito la propria narrazione politica esattamente sull’opposto: il Veneto sa fare da sé, il Veneto merita più competenze, il Veneto è il modello. Il modello, si scopre, funziona benissimo finché si tratta di rivendicare soldi da Roma; molto meno quando si tratta di spenderli bene in casa.
Il capolavoro, quello vero, arriva nel novembre 2024. Lanzarin e l’allora direttore generale dell’Area Sanità, Massimo Annicchiarico, invece di aprire nuovi posti letto, decidono di chiudere l’ingresso: bloccano il flusso di pazienti da altre regioni che sceglievano il Veneto per curarsi — mobilità passiva per definizione contabile, ma un incasso vero, l’unico capitolo in attivo di un bilancio sanitario altrimenti in rosso cronico da quindici anni. Il risultato si vede puntuale nel 2025: per la prima volta in tre lustri, il numero di pazienti extraregionali in Veneto cala. Poi, come se il primo autogol non bastasse, Lanzarin e Annicchiarico firmano un patto con l’Emilia-Romagna — regione essa stessa dissanguata dalla fuga dei propri cittadini — per regolamentare reciprocamente i flussi: tradotto, un accordo fra gentiluomini in cui il Veneto rinuncia a curare gli emiliani che vorrebbero riabilitarsi qui, mentre i veneti continuano, invece, a riempire le cliniche di Bologna. Un esercito che firma la resa e chiama l’atto “trattato di reciprocità”.

E qui arriva il capitolo delle coincidenze fortuite — quelle che i comunicati stampa, con signorile pudore, chiamerebbero semplicemente “un caso”. Primo caso: chi firma il blocco dei pazienti in entrata e l’accordo con l’Emilia-Romagna, il direttore generale Massimo Annicchiarico, lascia l’incarico in Veneto proprio ad aprile. Secondo caso: tre mesi dopo, il primo luglio, risulta assunto come direttore sanitario a Bologna, in due ospedali privati accreditati, Villa Bellombra e Santa Viola. Terzo caso, il più fortuito: le due strutture sono specializzate esattamente in riabilitazione intensiva e neuroriabilitazione, lo stesso settore che il suo ufficio, in Veneto, aveva appena reso più stretto per i pazienti locali. Quarto caso, quello che chiude il cerchio con eleganza quasi commovente: Bologna è in Emilia-Romagna, cioè la regione verso cui il Veneto continua a versare la fetta più grossa dei suoi quindici milioni annui di mobilità passiva. Nessun tradimento, si badi bene: solo un susseguirsi di fortuite coincidenze.
L’opposizione, per completezza, non ha fatto significativamente meglio: ha scoperto la vicenda sui giornali del mattino, seduta alla buvette di Palazzo Ferro Fini, e ha depositato interrogazioni con tre mesi di ritardo sui fatti che raccontavano. Ma il punto non è chi vigila peggio. Il punto è che l’autonomia, quella vera, si dimostra costruendo i letti che servono, non rivendicando il diritto di non costruirli.

Tu chiamale se vuoi, migrazioni: di pazienti che si spostano perché in casa non trovano un letto, di bilanci che si spostano perché in casa non si è voluto costruirlo, e — a quanto pare, per fortuite coincidenze — anche di manager, che si spostano sempre e solo verso dove il flusso li porta. Il Veneto ha scelto di chiamarlo “modello”. Restano, comunque, gli assegni.

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