Stefani passa il testimone, Finco prende il timone: la Lega torna partito

di Arrigo Abalti · Ottobre 9, 2025

Con Stefani candidato presidente e Finco commissario veneto, il Carroccio archivia l’era dell’uomo solo al comando. E il Veneto diventa il laboratorio della nuova politica delle relazioni

 

C’è una frase che sintetizza bene questo passaggio: la Lega torna partito. Dopo anni di personalismi, leadership monolitiche e centralità assoluta del “modello Zaia”, la staffetta tra Alberto Stefani e Nicola Finco restituisce al Carroccio veneto una dimensione politica più collettiva, più dialogante, più normale.

Stefani, che si prepara alla sfida per la presidenza della Regione, si prepara a lasciare la segreteria regionale del partito a Nicola Finco, sindaco di Bassano del Grappa. Un passaggio che, in apparenza, è solo organizzativo. Ma in realtà rappresenta molto di più: la fine di una stagione e l’inizio di un’altra.

Zaia ha rappresentato per quindici anni la sintesi perfetta tra il Veneto e la Lega. Ha costruito un potere fortissimo, ma anche centrato su se stesso, in cui il partito si è via via svuotato, ridotto a una macchina elettorale senza vera vita interna. Ora, con la candidatura di Stefani e la nomina di Finco, si prova a rimettere insieme i pezzi di una struttura politica che torni a essere comunità e non cerchio magico.

Finco non è un nome casuale. È amministratore esperto, conosce i meccanismi regionali e ha una rete territoriale viva, fatta di sindaci, consiglieri e sezioni che negli anni del “Zaia-centrismo” si sono sentiti ai margini. La sua nomina a commissario veneto è un segnale: il Carroccio torna ad ascoltare, a discutere, a decidere insieme.

È una mossa che si inserisce in un disegno più ampio. Stefani, giovane ma navigato, ha il compito più difficile: guidare la transizione, non solo al governo ma nel modo stesso di intendere la leadership. Se Zaia è stato l’uomo dell’efficienza e del consenso personale, Stefani dovrà essere quello della ricomposizione e della squadra. Non un monologo, ma un dialogo.

Ecco perché la scelta di Finco è anche politica: serve qualcuno che tenga unito il partito mentre il suo segretario diventa presidente. Un contrappeso, ma anche un garante. Non è un dualismo, è un equilibrio.

In fondo, il Veneto resta il laboratorio del centrodestra italiano. Qui la Lega deve dimostrare di saper passare dal carisma alla politica, dal capo al gruppo, dalla gestione all’idea. È una sfida non solo interna, ma culturale: riscoprire la fatica della mediazione dopo anni di automatismi elettorali.

Il messaggio è chiaro: la Lega non vuole più vivere di rendita sul mito di Zaia, ma costruire un futuro politico proprio, dove il consenso non si eredita, si conquista ogni giorno.

E in questo senso, il tandem Stefani–Finco è più di una staffetta: è una dichiarazione d’intenti. Una promessa, o forse una scommessa, che il Veneto sappia ancora indicare la strada — non solo della buona amministrazione, ma della buona politica.

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