di Redazione · Ottobre 5, 2025
Con Zaia capolista in tutte le province, il voto di genere rischia di rovesciare gli equilibri interni della Lega: a Vicenza, come altrove, gli uomini in lista partono svantaggiati
C’è un paradosso che aleggia sul Veneto alla vigilia delle elezioni regionali del 23 e 24 novembre. Il protagonista è sempre lui, Luca Zaia, il governatore che non può più ricandidarsi presidente, ma che tutti vorrebbero ancora in lista. E che, con la sua sola presenza da capolista in tutte le sette province, rischia di cambiare non solo l’esito politico, ma anche il volto — anzi, il genere — della futura rappresentanza leghista al Consiglio regionale. Perché la legge elettorale veneta, con la doppia preferenza di genere, impone agli elettori di scegliere un uomo e una donna della stessa lista.
Una scelta pensata per favorire la parità, ma che, con un nome “totemico” come quello di Zaia in cima, produrrà un effetto domino inaspettato. A Vicenza, ad esempio, chi voterà Zaia come prima preferenza dovrà necessariamente abbinarlo a una donna. Non potrà scrivere accanto Ciambetti, né Zecchinato, né gli altri candidati maschili del Carroccio. Potrà invece scegliere tra Lanzarin, Cecchetto, Martini, o altre esponenti femminili in lista.
Il risultato?
Un’asimmetria elettorale strutturale, quasi matematica. La forza trainante del nome “Zaia” porterà migliaia di elettori a scrivere il suo nome come prima preferenza, e a completare la scheda con un nome femminile. Per la Lega, significherà probabilmente un exploit delle candidate donne — che beneficeranno di un “effetto traino” involontario ma potentissimo — e una corsa tutta in salita per i colleghi uomini. In altre parole: chi scrive Zaia non scrive Ciambetti o Zecchinato, un dettaglio tecnico che, sommato provincia dopo provincia, potrebbe trasformarsi in una rivoluzione silenziosa: un gruppo consiliare leghista a prevalenza femminile, forse persino totalmente femminile, nel nuovo consiglio del Ferro Fini.
E così il paradosso si chiude:
Zaia, il più longevo e popolare dei governatori veneti, simbolo di un potere maschile, territoriale, perfino patriarcale nella forma, sarà forse l’artefice inconsapevole della stagione più “rosa” della Lega veneta.
Non per scelta politica, ma per pura meccanica elettorale. Un’ultima, ironica eredità di un leader che, anche quando non può più essere eletto presidente, continua a decidere i destini di chi resta in campo.
E se davvero il prossimo gruppo leghista sarà composto soprattutto da donne, sarà difficile non vedere, dietro quei voti doppi, il riflesso di un nome solo: Zaia.




