La terapia dell’apparenza

di Redazione · Ottobre 14, 2025

La Corte dei Conti promuove i numeri, la Regione si promuove da sola. Ma i medici scappano e i pazienti pure

 

La Corte dei Conti ha parlato.
E come sempre, la politica ha letto solo i titoli, non le pagine.
Titoli rassicuranti: “Conti in ordine”, “Corte promuove la sanità veneta”, “Modello di efficienza”. Peccato che la Corte, nella relazione vera — quella lunga, fatta di numeri e non di slogan — dica tutt’altro: i conti sono in ordine, ma la sanità no.

Il Veneto chiude con un bilancio in utile, sì.
Ma la Corte spiega che questo equilibrio è stato raggiunto tagliando la spesa sul personale e comprimendo l’offerta territoriale. I numeri tornano perché si è speso meno, non perché si è curato meglio. È un equilibrio finanziario, non sanitario. E la stessa Corte avverte: la sostenibilità del sistema dipende dal mantenimento dei servizi e del personale.
Tradotto: i conti reggono, le cure molto meno.

Poi c’è il paradosso dei flussi.
Il Veneto incassa oltre 200 milioni di euro l’anno per pazienti che arrivano da fuori regione, ma nel frattempo quasi 22mila veneti vanno a curarsi altrove, e 8mila di loro per patologie leggere, di quelle che un sistema normale dovrebbe gestire a chilometro zero.
È il peggior dato d’Italia, sia in valore assoluto che percentuale.
Si cura chi arriva, non chi vive qui.

Il motivo è semplice: non c’è offerta, non c’è organizzazione, non c’è programmazione.
Le liste d’attesa sono un labirinto, e per chi resta intrappolato c’è la trovata delle “pre-liste”, il nuovo nome delle vecchie “liste di galleggiamento”.
Un capolavoro di semantica sanitaria: il paziente non è ancora in lista, ma neppure fuori.
Un’illusione lessicale che non cura nessuno, ma tiene buoni i numeri.

Intanto la Corte rileva che la domanda interna non è pienamente soddisfatta: l’offerta è insufficiente e l’indice di copertura sotto la soglia.
Quasi l’8% dei veneti ha rinunciato o rimandato una cura nel 2024, spesso per attese infinite o per mancanza di accesso.
Numeri da Sud, non da Nordest.

Le Case della Comunità, bandiera del PNRR, sono più un’operazione edilizia che sanitaria: molte inaugurate, poche operative, quasi nessuna con diagnostica e personale completi.
E mentre si costruiscono muri, si svuotano reparti.
Oltre 1.200 operatori sanitari veneti hanno chiesto informazioni per andarsene.
Non per curiosità: per stanchezza.

Certo, i bilanci tornano.
Ma la Corte è chiara: l’equilibrio è solo parziale, perché si regge sul contenimento della spesa e sui pazienti importati, non su un sistema che funziona davvero.
Un equilibrio che somiglia più a una rassegnazione contabile che a una strategia sanitaria.

Alla fine resta questo: un sistema che canta vittoria mentre perde i suoi malati e i suoi medici.
Un miracolo contabile che nasconde un deserto organizzativo.
E una Regione che confonde la salute dei numeri con quella delle persone.

Una triste canzone, suonata ogni anno con la stessa melodia e le stesse parole.
Solo che gli autori, questa volta, non sono Lennon e McCartney.
Sono l’assessore Lanzarin e il direttore Annichiarico.

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