Ascoltare Trump per non fare come lui

di Arrigo Abalti · Ottobre 17, 2025

La destra non è Trump, ma qualcosa di più serio e più profondo

 

Il recente intervento di Donald Trump a Sharm el-Sheikh, con il suo linguaggio muscolare e la sua coreografia da comizio globale, non è stato soltanto un evento di politica internazionale. È stato, piuttosto, la rappresentazione plastica di una mutazione che attraversa la destra contemporanea: la trasformazione di un pensiero in un istinto, di una cultura politica in uno spettacolo di potenza.

Trump parla come se la storia fosse un teatro in cui basta la volontà di un uomo per raddrizzare il mondo. È l’idea dell’eroe solitario, dell’uomo forte che si sostituisce alle istituzioni, che confonde la libertà con la sovranità personale. È il contrario della tradizione liberale e conservatrice su cui si è costruita l’idea stessa di Occidente. Perché la destra, quella vera, nasceva da ben altre radici.

Era la destra di Abraham Lincoln, che univa libertà e legge. Era la destra di Luigi Einaudi, che vedeva nel mercato uno strumento di libertà, non un feticcio. Era la destra di Giuseppe Prezzolini, per il quale il conservatore è colui che “non teme la realtà ma la conosce”. Era la destra di Alcide De Gasperi, che allora non si poteva esprimere perchè associata alla ferita ancora aperta del fascismo, che faceva della misura, della moralità e del servizio pubblico la cifra del suo agire.

E, più vicino a noi, era la destra di Roger Scruton, il filosofo inglese che ricordava come “il conservatore non è colui che rifiuta il cambiamento, ma colui che desidera preservare ciò che dà senso al cambiamento”. In questa frase c’è la differenza abissale tra il conservatorismo autentico e il populismo spettacolare: tra chi difende un ordine morale e chi alimenta una rivolta permanente contro tutto e contro tutti. Ed è bene che si facciano i dovuti distinguo. La destra italiana — quella che affonda le sue radici nel pensiero liberale e nella cultura cattolica — dovrebbe riflettere su questo punto. Se vuole rappresentare il conservatorismo del XXI secolo, non può scivolare nella caricatura del “trumpismo all’italiana”: urlato, identitario, privo di profondità.

Il rischio è di abbandonare il terreno della ragione per rifugiarsi in quello della reazione. Il conservatore autentico, scriveva ancora Scruton, “è colui che ama ciò che possiede e vuole renderlo degno di essere tramandato”. Trump, invece, sembra amare solo il potere che detiene.

Ed è qui che la destra deve scegliere da che parte stare: tra chi costruisce e chi esibisce, tra chi conserva i valori e chi li consuma per applauso. Se la destra italiana dimentica questa distinzione, rischia di perdere non un’elezione, ma sé stessa: la propria identità morale, culturale e storica.

E senza quella, nessuna vittoria elettorale potrà mai davvero chiamarsi vittoria.

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