di Arrigo Abalti · Novembre 25, 2025
In Italia le regioni litigano su tutto, tranne che sui malati. Perché quando si parla di sanità, improvvisamente, tutti diventano sinceri. E la sincerità, si sa, è la cosa più difficile da sopportare
La Calabria l’ha capito da anni: i pazienti partono e non tornano più, se non con le cartelle cliniche di un’altra regione. L’Emilia-Romagna, invece, è diventata una sorta di porto franco della salute: si attracca, si cura, si riparte. Come se fosse normale attraversare l’Italia per un’ernia, una risonanza, un sospetto.
Nel mezzo — anche se non ama ammetterlo — c’è il Veneto.
Che da anni vive di una narrazione impeccabile: la sanità migliore, i tempi più rapidi, gli ospedali modello, la competenza diffusa. Una narrazione così ripetuta che ci si è quasi dimenticati di verificare se fosse ancora vera. E il risultato è che mentre Calabria ed Emilia-Romagna firmano accordi, il Veneto continua a dire “da noi funziona tutto”, anche quando la sala d’attesa smentisce il comunicato.
Il tema non è più quanti vengono a curarsi in Veneto, ma quanti veneti — sempre più spesso, sempre più silenziosamente — se ne vanno.
Non lo dichiarano, perché i veneti non dichiarano mai quando qualcosa non funziona. Semplicemente prendono la macchina e guidano verso nord, verso ovest, verso sud. Verso quelle regioni dove il sistema è meno perfetto, ma più disponibile. Dove il medico si trova, il posto in lista pure, e dove non serve sentirsi dire che “l’algoritmo ha deciso così”.
È questo che non si vuole raccontare: non il flusso in entrata, ma quello in uscita.
Perché negli ultimi anni — soprattutto dopo la pandemia — c’è stato un fenomeno che nessuno ha voluto nominare: i veneti che si curano a Trento, a Milano, soprattutto a Bologna. E non per interventi impossibili da fare qui, ma per cose di ordinaria amministrazione: una visita, un esame, un ricovero programmato.
Succede quando le attese diventano un percorso a ostacoli e la burocrazia una prova di resistenza.
E così mentre la Calabria firma un patto per non far esplodere l’emigrazione sanitaria, il Veneto fa finta che il problema non lo riguardi. Eppure è proprio lo stesso Veneto, che un tempo accoglieva pazienti da tutta Italia, che oggi deve confrontarsi con la sua prima vera crisi identitaria: vedere i propri cittadini andare altrove perché “lì mi chiamano prima”. Una frase che cinque anni fa sarebbe stata sacrilega.
Oggi è normale.
È in questo contesto che arriva il nuovo presidente Alberto Stefani con il nuovo assessore alla Sanità. E sarà proprio a loro che toccherà fare ciò che nessuno ha fatto negli ultimi anni: capire se la mobilità sanitaria veneta è ancora un orgoglio o se è diventata una strada di fuga. Capire se il Veneto è ancora una regione che cura gli altri o se sta iniziando, lentamente, a diventare una regione che deve curare sé stessa. E qui la storia Calabria–Emilia-Romagna diventa una lezione involontaria. Perché quelle due regioni hanno avuto il coraggio di guardarsi allo specchio e ammettere la verità: una ha troppi malati che partono, l’altra troppi malati che arrivano. E hanno deciso di governare il fenomeno insieme, invece di aspettare che esplodesse.
Il Veneto, invece, è ancora prigioniero di un riflesso condizionato: il complesso tutto Zaia o dei migliori, quello di raccontarsi sempre più bravo degli altri, anche quando i pazienti in fila non la pensano più allo stesso modo. Non è una colpa. È un’abitudine.
Il Veneto è abituato a essere la locomotiva: non è semplice accettare l’idea che la locomotiva, a un certo punto, possa aver bisogno di un tagliando. E allora la domanda vera, l’unica che conta, è questa: il Veneto continuerà a raccontare che gli altri vengono a curarsi qui, o inizierà finalmente a chiedersi perché tanti veneti vanno a curarsi altrove? È un cambio di prospettiva minimo, quasi impercettibile. Ma è la linea che separa la propaganda dalla verità.
E la verità — soprattutto in sanità — non aspetta nessuno. Nemmeno una Regione che si è sempre sentita dalla parte giusta del bisturi.



