Joe Vannacci

di Arrigo Abalti · Gennaio 31, 2026

Una voce di corridoio, qualche fonte solida e il peso del dopo-elezioni. Il pirotecnico Formaggio viene dato in movimento verso il Generale

 

In politica le voci non nascono tutte uguali. Ce ne sono di leggere, che servono solo a riempire le pause caffè, e ce ne sono altre che resistono. Tornano. Cambiano tono, ma non direzione. Quelle, di solito, non sono invenzioni: sono anticipazioni incerte.

La voce che gira in questi giorni riguarda Joe Formaggio, l’effervescente consigliere regionale uscente di Fratelli d’Italia, rimasto fuori dal Consiglio dopo le Regionali di novembre. Da allora è sull’Aventino. Una condizione che, in Veneto, non è solo simbolica: è sostanziale. Qui l’assenza dalle istituzioni pesa più delle dichiarazioni pubbliche.

La chiacchiera parla di contatti, dialoghi, sintonie con l’area che gravita attorno a Roberto Vannacci, che ha già depositato il simbolo di una eventuale nuova formazione politica. Non annunci, non atti formali. Rumors, appunto. Ma non del tipo che nascono dal nulla. Le fonti che li alimentano non sono di seconda mano, né ostili. Sono primarie. Proprio per questo la voce circola con cautela: nessuno la conferma, nessuno la smentisce davvero.

È il classico territorio grigio della politica post-sconfitta, dove le cose non accadono ancora, ma si preparano a poter accadere.

Il punto, allora, non è il soprannome che qualcuno ha coniato — utile più ai titoli che alla comprensione — ma il contesto che rende quella voce plausibile. Dopo una sconfitta personale dentro una vittoria collettiva del centrodestra ma con FdI doppiata in Veneto dalla Lega, il problema non è l’ideologia. È lo spazio. E quando lo spazio istituzionale viene meno, la politica torna a muoversi per relazioni, affinità, racconti condivisi.

In questo senso, la narrazione che negli anni ha accompagnato Formaggio — diretta, identitaria, poco incline alle mediazioni — oggi appare più distante dalla traiettoria intrapresa da Fratelli d’Italia e più prossima a linguaggi esterni ai partiti tradizionali. Il partito guidato da Giorgia Meloni ha scelto una linea da destra di governo, istituzionale, misurata nei toni e compatibile con il sistema. Una scelta che richiede disciplina, continuità, adattamento.

Non tutti, però, trovano naturale questo passaggio. E quando la sintonia politica si affievolisce, restano le affinità narrative. Non per forza per costruire un progetto immediato, ma per non scomparire dal racconto.

Per questo i rumors vanno presi per quello che sono: non una notizia, ma un segnale. Non una trattativa, ma una possibilità esplorata. In politica, spesso, è da lì che si capisce dove guardare nei mesi successivi.

Se poi quella voce si trasformerà in qualcosa di concreto o resterà confinata nei corridoi, lo dirà il tempo.

Ma il fatto che circoli, e che circoli su basi non campate in aria, racconta già abbastanza.

Soprattutto racconta una cosa: che dopo le elezioni il silenzio non è mai definitivo.

È solo una fase.

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