di Arrigo Abalti · Febbraio 20, 2026
Ottant’anni del GdV in Basilica: la carta festeggia, il presidente si registra
In Basilica Palladiana, mercoledì sera, c’era la Vicenza che si mette la giacca buona anche quando sotto ha la canottiera del potere. Il Giornale di Vicenza compiva ottant’anni e la città si è data appuntamento sotto le logge palladiane: imprenditori con il sorriso da bilancio, politici con l’applauso incorporato, colleghi con l’aria di chi annusa la notizia anche quando è un compleanno.
L’Olimpichetto alle spalle – macchina scenica che funziona, eccome se funziona – faceva da quinta perfetta e migliorava sensibilmente l’acustica della sala. E sul palco l’anchorman perfetto, Luca Ancetti. Che sa stare in scena. Che conosce il microfono come un vecchio compagno di scuola. Che modera con il mestiere di chi non ha bisogno di effetti speciali per farsi ascoltare. Il graffio televisivo, sì, ma senza sbavature. Il ritmo, la battuta, la pausa. Un presentatore che non si prende troppo sul serio e proprio per questo regge sempre la serata.
Poi arriva lui, Luca Zaia. Non entra: compare. Preceduto dallo staff in blu che inquadra, registra, archivia. Reels, stories, clip. La politica è una serie in streaming. La star delle Olimpiadi, l’uomo dei sondaggi bulgari, il presidente che non deve chiedere mai – soprattutto il microfono.
E infatti il momento clou è tutto lì. Non certo all’ennesima citazione a cui ci ha abituati – stavolta è toccato a Milton Friedman.
Ancetti: «Presidente, le mettiamo il microfono… ma vedo che lei è già microfonato. È arrivato così?»
Zaia: «Sì, perché non mi fido di voi».
Ancetti, con sorriso chirurgico: «Perfetto, allora doppio microfono per il presidente».
Risate. Applausi. Siparietto da archiviare nel Museo di Narciso, se mai aprirà una succursale in Piazza dei Signori, un corner con questo video in loop sarebbe perfetto.
La battuta fa ridere perché sembra spontanea. Ma soprattutto perché è vera. Il presidente microfonato h24. Sempre acceso. Sempre pronto. Sempre in registrazione. Un uomo che non lascia nulla al caso, nemmeno la propria eco.
Viene da chiedersi: registra tutto? Il saluto a Sergio Mattarella, l’abbraccio alla signora Maria di Cadoneghe, la stretta di mano al commerciante di Thiene? È tutto on line, pronto per il prossimo podcast, per il prossimo libro, per la prossima autocelebrazione certificata?
La scena, in fondo, è simbolica: il giornale che celebra ottant’anni di mediazione, di filtro, di racconto, di lettura della realtà del nostro territorio. Questo fa un giornale, questo fa un giornalista. Di solito per aiutare il lettore, a volte per orientarne la lettura. Poi c’è il leader che arriva già attrezzato per raccontarsi da solo. Disintermediazione applicata. Non mi fido di voi. Traduzione: mi fido solo della mia versione.
E mentre Ancetti governa il palco con il disincanto di chi sa che il microfono è uno strumento, Zaia lo indossa come un’armatura. Non per amplificare la voce. Per proteggerla.
C’è però un punto più profondo, meno comico e più rivelatore. Quando un uomo pubblico sente il bisogno di microfonarsi prima ancora che qualcuno glielo chieda, non sta solo prevenendo un errore tecnico. Sta cercando di colmare una distanza.
La parola, quando passa attraverso l’altro, si espone. Può essere interpretata, tagliata, restituita in modo non perfettamente sovrapponibile all’intenzione originaria. Accettare questo rischio significa accettare che il senso non è mai totalmente padroneggiabile.
Il doppio microfono, allora, diventa il tentativo di eliminare quello scarto. Di tenere il controllo sull’immagine, sulla frase, sull’intonazione. Di non lasciare che l’Altro – il giornalista, il pubblico, la comunità – partecipi davvero alla costruzione del significato.
Ma la politica nasce proprio lì, nello spazio tra chi parla e chi ascolta. È in quello spazio che si genera fiducia. O conflitto. O riconoscimento.
Quando si cerca di saturarlo con un dispositivo sempre acceso, si rischia di trasformare la relazione in monologo. E il potere, invece di essere un dialogo esposto, diventa un archivio personale.
Forse la battuta ha fatto ridere perché ha mostrato, per un attimo, una fragilità. La difficoltà di affidarsi allo sguardo dell’altro. Il timore che la propria parola, una volta uscita, non sia più completamente propria.
Ma è proprio accettando quella perdita che una voce pubblica diventa davvero autorevole. Non quando si registra da sola. Quando si lascia attraversare.



