Il giorno in cui l’Italia smise di credere a se stessa

di Redazione · Marzo 16, 2026

16 marzo 1978. Quarantotto anni fa, in via Fani, morivano cinque uomini e cominciava a morire una Repubblica

 

Ci sono date che non finiscono. Che si ripetono ogni anno con la stessa esattezza dolorosa, come se il calendario avesse deciso di non lasciarci in pace. Il 16 marzo è una di quelle. Forse la più pesante. Forse la sola che, a distanza di quasi mezzo secolo, continua a interrogarci senza che si sappia rispondere davvero.
Quella mattina, in via Fani, morirono cinque uomini. Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi. Li chiamiamo «la scorta», come se il loro ruolo esaurisse la loro vita. Come se fossero figure di contorno di una storia che apparteneva ad altri. Non è così, e non lo è mai stato. Erano uomini con famiglie, con nomi, con il mestiere difficile di interporre il proprio corpo tra la violenza e chi ha scelto di fare politica. Pagarono con la vita quella scelta altrui. E la Repubblica, che pure li mandò a morire, non sempre si è mostrata all’altezza del debito contratto con loro.
Ma sarebbe disonesto fingere che il 16 marzo 1978 sia soltanto una storia di fedeltà e sacrificio. È anche — soprattutto — la storia di un’Italia che in quel momento si trovò nuda davanti a se stessa. Lo Stato era fragile. La democrazia era fragile. E le Brigate Rosse, con una lucidità feroce che nessuno aveva voluto vedere arrivare, lo sapevano benissimo.
Aldo Moro lo sapeva anche lui, a modo suo. Era l’uomo che aveva costruito pazientemente, mattone dopo mattone, l’edificio del compromesso storico — quella stagione in cui il Partito comunista avrebbe dovuto entrare nell’arco costituzionale e la Democrazia cristiana avrebbe dovuto cedere qualcosa della sua rendita di posizione. Un progetto che a molti, dentro e fuori l’Italia, faceva paura. Forse troppa. Forse abbastanza.
Non è il caso di riaprire i misteri che i tribunali non hanno mai del tutto chiuso. Ma è lecito dire che Moro fu lasciato solo. Solo dalla sua parte politica, che trovò nel rigore uno schermo comodo per non doversi misurare con la trattativa. Solo dai suoi alleati internazionali, che non avrebbero gradito un’Italia con il Pci al governo, nemmeno per interposta coalizione. Solo, alla fine, da quella Repubblica che lui aveva contribuito più di chiunque altro a tenere in piedi.
Le lettere che scrisse dalla prigione delle Br sono ancora lì, a testimoniare qualcosa che l’Italia non ha ancora elaborato del tutto: la solitudine del potere quando il potere si volta dall’altra parte. C’è in quelle pagine — disperate, lucide, a tratti quasi visionarie — il ritratto di un uomo che capisce di essere stato abbandonato e tuttavia continua a ragionare, a scrivere, a credere che le parole servano ancora a qualcosa. È la sua grandezza. Ed è anche la sua tragedia.
Quarantotto anni dopo, cosa resta? Resta la memoria, certo. Resta il rito delle commemorazioni, con le corone di fiori e i discorsi ufficiali. Ma resta anche una domanda che non smette di farsi sentire: quella stagione ci ha insegnato qualcosa, o l’abbiamo archiviata come si archiviano le cose che fanno troppo male?
L’Italia del 1978 era un paese che credeva ancora — con fatica, con contraddizioni, ma ci credeva — di poter costruire qualcosa. I partiti avevano radici. La politica aveva peso. Persino la violenza delle BR, per quanto mostruosa, nasceva da una concezione del mondo in cui il cambiamento era ancora pensato come possibile, sia pure attraverso la strada sbagliata.
Quella stagione si chiuse. E con essa si chiuse qualcosa di più grande: la fiducia che la politica potesse essere all’altezza della storia. Non è un giudizio, è una constatazione. Il disincanto che attraversa la Repubblica italiana da allora in poi ha molte cause, e il 16 marzo non è l’unica. Ma è una di quelle che pesano di più, in fondo all’anima collettiva di un paese che in via Fani perse qualcosa che non ha mai del tutto ritrovato.
Si dice che Moro fosse l’uomo del dialogo, della mediazione, della pazienza lunga. Forse per questo i suoi assassini vollero colpirlo proprio lui: perché un paese senza mediatori è un paese più facile da spezzare. Non ci riuscirono, alla fine. La Repubblica tenne. Ma tenne come tiene una persona dopo un trauma grave: in piedi, sì, ma con qualcosa di irreparabile dentro.
Ogni anno, il 16 marzo, vale la pena tornare a pensare a quei cinque uomini della scorta. Alle loro famiglie, che aspettavano a casa. Ai loro figli, che magari non li videro tornare a pranzo. E vale la pena chiedersi se il modo migliore per ricordarli non sia soltanto la retorica del sacrificio — pure necessaria — ma la domanda scomoda: uno Stato che manda i suoi uomini a morire, è poi capace di meritarli?
Non sempre la risposta è stata sì. Ma la domanda, almeno, non bisogna smettere di porsela.

 

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