di Arrigo Abalti · Marzo 12, 2026
La Dc non c’è più, ma la sua filigrana è ancora leggibile in chi fa politica come servizio e non come specchio
C’è qualcosa di commovente, e insieme di vagamente nostalgico, nel fatto che la Democrazia Cristiana torni a far parlare di sé in un fine settimana di marzo 2026. Non come forza politica — di quella non resta traccia — ma come memoria, come interrogativo, forse come coscienza inquieta di chi l’ha vissuta e non ha ancora finito di fare i conti con quell’esperienza.
Due iniziative, distinte e non coordinate, si ritrovano a occupare lo stesso spazio nel calendario. Una è promossa da Dario Franceschini, che fu tra i primi a capire che la Dc era finita davvero, e che bisognava scegliere — e scelse. L’altra porta la firma di Gianfranco Rotondi, che di quella stagione ha conservato non solo la nostalgia ma anche l’insegna. Sono, questi due, gli ultimi parlamentari che possono dire di aver fatto politica dentro la Dc. Il che li rende, agli occhi di chi ha qualche anno in meno, quasi dei testimoni di una civiltà scomparsa.
Franceschini convoca i suoi ad anniversario: è il cinquantesimo anno dall’elezione di Benigno Zaccagnini alla segreteria, quel congresso del 1976 in cui la Dc cercò di salvarsi l’anima scegliendo l’onestà come programma. Fu una scommessa generosa. Il tempo, come spesso accade alle scommesse generose, la giocò in modo crudele. Ma quella stagione — Zaccagnini, il compromesso storico, la Dc come argine e come cerniera — resta uno dei momenti in cui la politica italiana provò a essere all’altezza di se stessa.
Rotondi va invece ad Avellino, città che nella geografia emotiva del cattolicesimo politico occupa un posto tutto suo, e propone qualcosa di più ambizioso: una assemblea degli esterni, sul modello di quella convocata da Flaminio Piccoli nel novembre del 1981. L’idea era allora di aprire il partito al mondo, di ascoltare chi non faceva politica ma aveva qualcosa da dire. Fu, a suo modo, un atto di umiltà. E la Dc sopravvisse ancora tredici anni.
La domanda che aleggia su entrambi gli appuntamenti è però la stessa, ed è quella che nessuno osa formulare troppo esplicitamente: il cattolicesimo politico ha ancora qualcosa da dire? O si è dissolto non per sconfitta, ma per qualcosa di più sottile — per eccesso di successo, per dispersione nelle culture degli altri, per incapacità di tenere insieme una visione quando non c’era più un partito a tenerla in piedi?
È una domanda che attraversa gli schieramenti. I cattolici in politica si ritrovano oggi a destra e a sinistra e al centro, ovunque tranne che insieme. Hanno accettato il bipolarismo, ne hanno fatto una scelta di principio. Ma il risultato paradossale è che più si sono distribuiti, meno si sono sentiti. Il cattolicesimo politico italiano non ha perso le battaglie: ha perso la voce.
Eppure sarebbe un errore, forse il più comodo degli errori, concludere che con il partito siano finiti anche i valori. La Dc è morta da trent’anni, e non è il caso di piangerla oltre il necessario. Ma le generazioni democristiane che si sono succedute — e qualche volta duramente affrontate — hanno incarnato qualcosa che non si scioglie con una tessera e non si archivia con un congresso. Hanno incarnato un’idea di politica come servizio, non come specchio in cui contemplarsi.
È questa, forse, la filigrana da leggere. In un tempo dominato dal narcisismo patologico, dal carrierismo elevato a vocazione, dall’impreparazione rivendicata come autenticità, la tradizione democristiana continua a esistere — non come partito, ma come stile, come postura morale, come resistenza silenziosa a una certa barbarie. Servire lo Stato, servire l’istituzione: sembrano formule antiche, e invece sono ancora il discrimine tra chi fa politica e chi la occupa. Vivere nel contraddittorio come momento di arricchimento, non come duello da vincere. Accettare idee diverse senza ostilità, ma senza abdicare alle proprie. Includere senza dissolversi. Accogliere senza cedere.
Questi non sono ricordi. Sono valori che sopravvivono — in alcuni parlamentari, in molti sindaci, nelle migliori espressioni di una politica che ancora sa distinguere il mandato dalla carriera, la funzione dalla performance.
Da Avellino non verrà probabilmente nessuna risposta. Sarebbe già molto se ne venisse la domanda giusta. Ma forse la domanda più utile non è se la Dc debba tornare, bensì se sappiamo ancora riconoscerne i segni dove ancora esistono. Provate a leggere quella filigrana. È ancora lì, per chi ha occhi allenati a distinguere — democristianamente — il grano dal loglio.



