di Arrigo Abalti · Marzo 24, 2026
I magistrati che cantano Bella Ciao hanno perso anche vincendo
Ieri nel Palazzo di Giustizia di Napoli, mentre arrivavano le prime proiezioni, una cinquantina di magistrati brindava con champagne, cantava Bella Ciao e intonava cori da stadio contro la presidente del Consiglio. È l’immagine più illuminante della giornata. Non perché sia di cattivo gusto — i magistrati sono cittadini con diritti politici come tutti — ma perché è autolesionista in un modo che solo chi si sente intoccabile può permettersi. La magistratura – o parte di essa – ha appena vinto un referendum sostenendo di non essere un soggetto politico. Poi ha festeggiato come un partito che ha battuto il governo alle elezioni. Queste due cose non stanno insieme. E il fatto che nessuno dei festanti se ne sia accorto è, paradossalmente, la migliore conferma di ciò che Nordio voleva dimostrare.
Ma lasciamo stare quella magistratura – che non è tutta la magistratura – che ha il suo problema antico con lo specchio, e veniamo al cuore di quello che è successo.
Perché il referendum di ieri è uno di quei voti che dicono una cosa e ne significano un’altra, e non capirlo condanna entrambi i campi a ripetere gli errori che li hanno portati fin qui.
Partiamo dai numeri nella loro forma più scarna. Il 69 per cento degli elettori dichiara che sulla propria decisione ha pesato di più il giudizio nel merito della riforma, contro il 28 per cento che ha agito con la volontà di dare un segnale politico. E tra chi ha votato No, la motivazione principale non è l’opposizione al governo — indicata solo dal 31 per cento — ma il desiderio di non modificare la Costituzione, citato dal 61 per cento. Questo è il dato che dovrebbe fermare tutti. Il No non è stato un voto contro Meloni. È stato un voto per l’immobilismo costituzionale. Il che è una notizia cattiva per il governo, ma è anche una notizia cattiva — diversa e speculare — per l’opposizione, che ha costruito la sua campagna come se stesse salvando la democrazia e ha invece raccolto un consenso conservativo che non le appartiene e che non riuscirà a governare.
Poi arriva il dato del Veneto, e tutto si complica nel modo più interessante.
In Veneto, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, il fronte favorevole alla riforma ha superato i voti presi dal centrodestra nel 2022. Non solo: in Veneto il Sì ha ottenuto il 58 per cento, il risultato più alto in assoluto tra tutte le regioni italiane. L’affluenza definitiva in Veneto ha raggiunto il 63,47 per cento — un numero che non si vedeva da anni per una consultazione referendaria, e che il presidente del Consiglio Regionale Luca “Prezzemolo” Zaia ha puntualmente rivendicato come segnale di civismo. Lo è. Ma è anche qualcosa di più preciso: è la prova che il Veneto non ha votato con il centrodestra, ma per una propria idea di giustizia.
Chi vive e lavora in questa regione sa che il rapporto del Nordest con i tribunali non è astratto. Non è una questione di principi costituzionali letti sui manuali, ma di fatture non pagate e crediti bloccati, di processi durati dieci anni per una causa commerciale, di imprenditori che hanno incontrato la giustizia italiana come uno dei costi fissi dell’attività, imprevedibile quanto il mercato e molto meno governabile. Il Veneto ha votato Sì non perché ami Nordio o sia devoto a Meloni — nei capoluoghi veneti, compresa Treviso, la città del ministro della Giustizia, ha vinto il No — ma perché ha letto il quesito per quello che era: un tentativo di rendere più efficiente una macchina che loro conoscono dall’interno, con il pragmatismo di chi misura le istituzioni sui risultati e non sui dogmi.
Questa è la frattura fondamentale che il voto di ieri ha reso visibile e che nessuno ha il coraggio di chiamare con il suo nome: non è una frattura destra-sinistra. È una frattura tra chi ha un rapporto funzionale e chi ha un rapporto simbolico con lo Stato. Il Nordest produttivo appartiene alla prima categoria – è sempre stato così – : vuole uno Stato che funzioni, e se non funziona si cambia, senza che nessuno si metta a piangere sulla Carta. Le grandi città del Centro-Nord, le università, i professionisti urbani appartengono alla seconda: per loro la Costituzione è un sistema di garanzie identitarie che non si tocca, pena la rottura di qualcosa di essenziale nell’equilibrio del Paese. Non si tratta di ipocrisia — è un’antropologia politica diversa, radicata in storie diverse, legittima in entrambe le sue forme. Ma chi governa l’Italia deve parlare a tutte e due, e Meloni ieri ha scoperto di parlare fluentemente solo a una.
Il Sud ha fatto il resto, e qui bisogna avere il coraggio di una lettura impopolare. In Campania il No ha toccato il 67 per cento, superando di quasi undici punti la somma di PD e M5S del 2022. A Napoli il No ha raccolto il 75 per cento dei voti. Questa gente non è diventata garantista. Non ha scoperto improvvisamente i valori del costituzionalismo liberale. Ha punito un governo che sentiva lontano, usando l’unico strumento disponibile — un referendum dove non c’erano candidati da colpire, solo una scheda con due caselle. Il Sud vota quasi sempre contro qualcosa quando non ha qualcosa per cui votare. E Meloni, che aveva conquistato quel voto promettendo attenzione al Mezzogiorno, ha governato occupandosi di ordinamento giurisdizionale. La distanza tra le aspettative e la realtà si è tradotta in una X sulla casella sbagliata.
Questo porta alla domanda vera, quella che nessuna delle due coalizioni ha il coraggio di porsi: perché un governo che nelle intenzioni di voto rimane ancora avanti è stato sconfitto così nettamente? La risposta non è che gli italiani hanno cambiato idea su Meloni. Il 54 per cento ritiene che dovrebbe continuare a governare; solo il 26 chiede le dimissioni. La risposta è più sottile e più inquietante: il centrodestra ha perso non perché i propri elettori abbiano cambiato campo, ma perché, per esempio, tra gli elettori di Forza Italia e Noi Moderati la propensione al voto era stimata al 45 per cento prima del referendum, tra i leghisti al 44 per cento, contro il 63 per cento del PD. La sconfitta non è ideologica: è organizzativa, motivazionale, energetica. Il centrodestra ha perso perché i propri sostenitori non credevano abbastanza nella posta in gioco da alzarsi dal divano. È una forma di sconfitta più difficile da elaborare di una sconfitta politica vera, perché non ha un avversario contro cui arrabbiarsi: ha solo uno specchio.
Renzi ha detto che “da oggi Meloni è un’anatra zoppa” , con quella sua tipica tendenza a pronunciare verdetti che sembrano definitivi e poi si rivelano prematuri. Berlusconi perse il referendum del 2006, fu mandato all’opposizione nel 2007, e vinse le elezioni nel 2008 con la maggioranza più ampia della storia repubblicana. La memoria corta dei festeggiamenti di piazza Barberini dimentica che in politica le stagioni si invertono più in fretta di quanto ci si aspetti.
Il vero nodo, quello che rimane irrisolto dopo che tutta la polvere del voto si sarà depositata, è un altro. L’Italia ha dimostrato di essere un Paese strutturalmente diviso in tre sociologie politiche che non coincidono con nessuno schieramento: il Nordest che vuole riformare le istituzioni per renderle efficienti; le grandi città che vogliono proteggere le garanzie costituzionali contro qualsiasi potere esecutivo; il Sud che vuole risposte concrete ai propri bisogni materiali e punisce chiunque li dimentichi. Il caso più emblematico è Milano: in una regione dove il Sì ha vinto, il capoluogo ha scelto il No con quasi sedici punti di vantaggio. La città contro la sua provincia, il centro urbano contro il suo hinterland. Sono due Italie che abitano lo stesso territorio e non si riconoscono.
Dal Veneto, questa mattina, tutto ciò si vede con una chiarezza particolare. La nostra regione è rimasta sola — con la Lombardia e il Friuli — a votare compatta per una riforma che il resto del Paese ha respinto. Non per fedeltà a un governo, come dimostrano i capoluoghi che hanno votato No. Ma per una convinzione radicata: che le istituzioni siano strumenti da aggiustare quando si rompono, non monumenti da contemplare. Il Veneto ha votato da maggioranza silenziosa di un Paese che non ha ancora trovato il coraggio di riformarsi davvero. Ha perso il referendum, ma ha detto qualcosa di vero sull’Italia.
L’opposizione ha vinto. Manca ancora la risposta alla domanda più difficile: di cosa è fatta questa vittoria? Di voti propri, o del vuoto lasciato dagli altri? Se è la seconda — e i dati suggeriscono che lo sia in misura prevalente — allora piazza Barberini è una festa su fondamenta di sabbia. Vincere per sottrazione non basta, in politica. Bisogna vincere per aggiunta. E per farlo bisogna prima capire cosa si vuole aggiungere, non solo cosa si vuole togliere.
Ieri sera i magistrati di Napoli cantavano Bella Ciao. È una canzone della Resistenza. È strana, come scelta, per celebrare la difesa dello status quo.



