Vicenza non è il Veneto

di Arrigo Abalti · Marzo 24, 2026

La provincia ha votato Sì. La città ha votato No. A novembre non votava nessuno. Benvenuti in Vicenza

A novembre non votava nessuno. Ieri votavano tutti. Stessa provincia, stesso elettorato, quattro mesi di distanza. A novembre aveva votato il 45 per cento.  Ieri il 63. Qualcuno vorrà spiegarlo con la Costituzione, con la giustizia, con la separazione delle carriere. Si sbaglia.

Si spiega con la noia.

A novembre la partita era già finita prima di cominciare. Alberto Stefani avrebbe preso il 68 per cento comunque. Lo sapevano tutti. Anche gli elettori. E gli elettori, quando sanno, restano a casa. Non è disaffezione: è risparmio energetico.
Ieri la partita era aperta. E il Vicentino ha fatto quello che sa fare meglio: ha litigato con se stesso.
La provincia ha votato Sì al 59,6 per cento.  Il capoluogo ha votato No al 51,69.  Undici punti di scarto tra la città e quello che le sta intorno. Undici punti tra due mondi che abitano lo stesso codice di avviamento postale e non si riconoscono. La provincia produce, esporta, paga le tasse e aspetta giustizia. Aspetta 337 giorni per una causa civile. E il penale peggiora di anno in anno.  La città studia, amministra, scrive ricorsi e li vince. Non è un conflitto di classe. È un conflitto di esperienza. Chi ha incontrato la giustizia italiana in prima persona ha votato Sì. Chi l’ha incontrata solo sui libri ha votato No.
Il centrodestra può rallegrarsi. Ma non troppo. A novembre aveva il 68 per cento della provincia.  Ieri il Sì era al 59,6. Nove punti evaporati in quattro mesi. Non sono andati a sinistra — la sinistra vicentina non ha i numeri per assorbirli. Sono andati nel posto più pericoloso che esista in politica: il dubbio. Qualcuno che aveva votato Stefani a novembre ieri ha votato No. Non perché si sia convertito al progressismo. Perché ha smesso di fidarsi completamente. Il governo aveva promesso una riforma della giustizia. Ha consegnato una riforma della magistratura. La differenza, in città, la sentono.
Il centrosinistra può rallegrarsi ancora meno. Il No del Capoluogo è reale, è bello, è fotografabile. Fioccano i comunicati stampa della sinistra militante. Ma Manildo a novembre aveva preso il 29 per cento. Tra quel 29 e il 51,69 della città di ieri c’è un abisso che non si riempie con i voti del Pd. Si riempie con quel ceto urbano moderato che vota centrodestra alle regionali, alle politiche, alle europee — e che ieri ha detto No a una riforma specifica perché gli sembrava una manomissione di qualcosa di intoccabile. Non sono convertiti. Sono in prestito. E i prestiti si restituiscono.
La vera notizia di ieri, quella che nessuno ha voglia di raccontare, è questa: nella nostra provincia ci sono centomila elettori che a novembre erano spariti e ieri sono riapparsi. Centomila persone che non si erano alzate dal divano per scegliere il governatore del Veneto e si sono alzate per decidere se separare i giudici dai pubblici ministeri. Qualcuno vorrà concludere che la Costituzione li appassiona di più della sanità, delle infrastrutture, del lavoro. Sarebbe una conclusione sbagliata. La verità è più semplice e più amara: a novembre non c’era niente da decidere. Ieri sì. E quando c’è qualcosa da decidere, il Vicentino si presenta.
Il problema è che nessuno sa davvero cosa fare di questa presenza. Il centrodestra la interpreta come fedeltà e, nel farlo, la spreca. Il centrosinistra la interpreta come conversione e nel farlo la lusinga troppo. Entrambi si sbagliano. Questi centomila non sono fedeli a nessuno e non si sono convertiti a niente. Sono elettori adulti che valutano, che distinguono, che cambiano risposta a seconda della domanda. Sono la parte più preziosa e più ingrata di qualsiasi democrazia: quella che non si può dare per scontata.
Vicenza ha votato Sì. Vicenza ha votato No. Vicenza ha votato il 63 per cento. A novembre il 45. La stessa Vicenza, quattro mesi dopo, con diciotto punti di partecipazione in più e undici punti di divisione interna in più. Una provincia che non si è mossa: si è rivelata. E quello che ha rivelato è che la politica, qui, ha ancora tanto da fare.
Purché sappia qual è la domanda.​​​​​​​​​​​​​​​​

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