IL DOTTORE CHE VIENE DA LONTANO

di Arrigo Abalti · Aprile 6, 2026

Ovvero: l’Italia scopre che per curare i malati servono i medici. E che i medici, non avendoli, bisogna andarli a prendere altrove

 

C’è una notizia nel decreto PNRR all’esame della Commissione Bilancio della Camera che sembra ovvia e invece non lo è. La notizia è questa: fino al 31 dicembre 2029 sarà più facile assumere operatori socio-sanitari che hanno conseguito la qualifica all’estero. Le Regioni potranno riconoscere il titolo straniero con una semplice verifica documentale, in deroga alle regole ordinarie, e mettere al lavoro il personale anche prima del completamento formale del riconoscimento.
Fin qui, tutto ragionevole. Il problema è il contesto in cui questa misura appare.
L’Italia ha un sistema sanitario che non riesce a tenere i propri operatori. I pronto soccorso perdono medici, gli ospedali perdono infermieri, le Regioni perdono OSS — gli operatori socio-sanitari, il personale che tiene in piedi le Case di Comunità, le RSA, l’assistenza territoriale. Li perdono non perché lavorino male, ma perché lavorano troppo e guadagnano troppo poco rispetto ad altri Paesi europei. Germania, Francia, Svizzera e Regno Unito li accolgono con contratti migliori, stipendi più alti, condizioni più sostenibili. L’Italia ha costruito, negli anni, una straordinaria filiera dell’esportazione di competenze sanitarie: forma i professionisti, li paga male, li lascia partire.
La soluzione che emerge dal decreto PNRR è speculare: siccome esportiamo i nostri, importiamo quelli degli altri.

Le tre misure e il loro peso reale.
Il pacchetto sanità del decreto si muove su tre assi.
Il primo riguarda le stabilizzazioni. L’emendamento 2.97 dei relatori apre due canali preferenziali per le assunzioni in deroga alle ordinarie procedure concorsuali: una riserva fino al 50% dei posti per chi ha maturato almeno 18 mesi di servizio negli ultimi cinque anni con contratti flessibili, e una selezione per titoli e colloquio per chi ha maturato 24 mesi continuativi. Copertura: a legislazione vigente, senza risorse aggiuntive. In un sistema in cui le piante organiche sono scoperte del 20-40% in molti ospedali, stabilizzare i precari è necessario. Ma non è sufficiente: si stabilizza chi già c’è, non si crea chi manca.
Il secondo asse riguarda la telemedicina oncologica. L’emendamento 4.09 obbliga le Regioni — dove non lo abbiano già fatto — ad attivare servizi di telemonitoraggio e teleconsulto per i pazienti oncologici in ogni provincia dove sia stato già finanziato un progetto PNRR di telemedicina. Anche qui: copertura a costo zero. L’obiettivo è condivisibile — ridurre gli spostamenti, migliorare la tempestività delle cure per i malati cronici. Il rischio implicito, però, è che la televisita diventi un sostituto della visita in presenza nei territori dove mancano le risorse per garantirla, non un complemento. Un malato di cancro che viene monitorato a distanza perché non ci sono abbastanza oncologi in presenza non è un malato assistito meglio. È un malato assistito diversamente, e non sempre con risultati equivalenti.
Il terzo asse è quello più interessante economicamente. La Conferenza Stato-Regioni ha approvato il 2 aprile l’aggiornamento delle tariffe massime per la riabilitazione ospedaliera e la lungodegenza post-acuzie: incremento medio del 14,7%, impatto complessivo di 349,6 milioni di euro annui a partire dal 2026. Le tariffe erano ferme al 2012 — quattordici anni di immobilismo in cui i costi reali di produzione delle prestazioni sono cresciuti del 13,8%, come documentato dalla rilevazione campionaria condotta dal Ministero della Salute su oltre due milioni di giornate di degenza nelle strutture di Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.
Che l’aggiornamento fosse necessario è incontestabile. Che arrivi dopo quattordici anni è già una notizia. Ma c’è un dato nella distribuzione che vale la pena leggere con attenzione: circa 244,5 milioni — il 70% del totale — va alle strutture private accreditate. I restanti 105 milioni alle strutture pubbliche. Il privato accreditato copre oggi la maggior parte dell’offerta riabilitativa nazionale, ed è giusto che le sue tariffe riflettano i costi reali. Ma il rapporto 70-30 tra privato e pubblico in un aggiornamento finanziato con risorse del Servizio Sanitario Nazionale è un dato politico, non solo contabile, e merita di essere detto.

La lettura in filigrana.
Tre misure, tre logiche diverse che convergono sullo stesso problema: il Sistema Sanitario Nazionale non ha abbastanza persone per fare quello che deve fare.
La risposta è frammentata in tre emendamenti separati, senza una visione organica. È il metodo del tappabuchi: si chiude una falla normativa, poi un’altra, poi un’altra ancora, senza mai affrontare la domanda strutturale. Perché un Paese che forma tra i migliori professionisti sanitari del mondo non riesce a tenerli?
La risposta è nota da decenni. I contratti sono scaduti o rinnovati al ribasso. Gli stipendi sono sotto la media europea. I turni sono insostenibili. Le strutture sono vetuste. La burocrazia è soffocante. Su nessuno di questi punti i tre emendamenti intervengono in modo strutturale. Assumere OSS dall’estero è una soluzione temporanea che scarica su altri Paesi il costo della formazione. Stabilizzare i precari è giusto, ma non crea nuovi posti. La telemedicina è uno strumento prezioso, ma non sostituisce la medicina.
Il decreto scade il 20 aprile. Il testo andrà in aula il giorno dopo il voto in commissione. I tempi sono quelli che sono — stretti, politici, inevitabilmente approssimativi. Le misure che contiene sono figlie di questa approssimazione: rispondono all’urgenza senza affrontare la causa.
Nel Veneto — che con la rilevazione campionaria del Ministero ha contribuito a costruire la base dati delle nuove tariffe riabilitative, e che ha alcune delle strutture di eccellenza riabilitativa più avanzate d’Italia — queste misure avranno un impatto concreto. L’aggiornamento tariffario porterà risorse sia al settore pubblico che al privato accreditato della nostra regione. La telemedicina oncologica troverà un sistema già parzialmente attrezzato. Le stabilizzazioni riguarderanno migliaia di lavoratori precari che da anni reggono la sanità territoriale veneta.
Non è poco. Non è abbastanza.
Ma almeno il dottore, d’ora in poi, potrà venire anche da lontano. Purché voglia restare.

CONDIVIDI SU

[wpzoom_social_icons id="12577"]