All’ultimo respiro

di Redazione · Aprile 16, 2026

La notizia più interessante di oggi è il rapporto annuale SNPA-ISPRA sulla qualità dell’aria in Italia nel 2025, pubblicato stamattina. È una di quelle notizie che sembrano buone e non lo sono del tutto

 

Ventisei giorni. Tanti ne ha collezionato Vicenza San Felice nel 2025 sopra la soglia del PM10. Sotto il limite di legge attuale. Sopra quello europeo del 2030. Quindi: legalmente a posto. Praticamente nei guai. È la storia del Veneto con l’aria: un posto che migliora sempre un po’, non abbastanza, e se ne compiace.

Elisa Venturini ha detto che il 2025 è “l’anno migliore degli ultimi vent’anni”. Ha ragione. Ha anche detto che non è un punto d’arrivo. Ha ragione pure lì. Il problema è che le due frasi dette insieme si annullano. La prima fa notizia, la seconda si perde nel comunicato. ARPAV è più onesta: scrive che “la situazione a Vicenza e nelle aree ad alta densità industriale richiede ancora massima attenzione”. Ma la Regione festeggia. Poi si torna a casa. La centralina continua a misurare.

Tre problemi. Uno è la stufa a legna — la prima fonte di PM10 in pianura padana d’inverno, non l’industria, non i camion: la stufa del vicino. Il Piano regionale dice che bisogna ridurre del settanta percento le emissioni da combustione domestica. Settanta. Gli incentivi per sostituirle ci sono ma sono timidi, i controlli sono a campione. Le norme ci sono e non cambiano quasi niente. Specialità italiana.
Uno è l’auto. A Vicenza città qualcosa si muove. A Thiene, Schio, Arzignano il trasporto pubblico è quello che è, le distanze non si fanno in bicicletta, e le linee SVT fanno quello che possono. La Legge di Bilancio 2026 ha azzerato il Fondo ciclovie urbane. Il governo ha deciso che il problema si risolve altrove.
Uno è il suolo. Questo è quello che nessuno mette nell’agenda ambientale. Elena Granata, urbanista al Politecnico di Milano, lo dice da anni senza mezzi termini: se continuiamo a costruire sui terreni al confine tra città e campagna, se non tuteliamo prati e boschi, perderemo la possibilità stessa di vivere nella pianura Padana. Non è ambientalismo. È geometria. Un territorio che ha eliminato la sua frangia verde — il suolo permeabile che assorbe, che cattura il particolato, che regola le temperature — ha eliminato il suo unico strumento naturale di difesa. Granata chiede di de-costruire, de-pavimentare, restituire permeabilità. Il Veneto ha il secondo tasso di consumo di suolo più alto d’Italia. Ogni ettaro cementificato è capacità di assorbimento perduta per sempre. Non si recupera con una ciclovia.

Il Veneto è stato condannato dalla Corte di Giustizia europea nel 2020. La Commissione ha mandato la lettera di messa in mora nel 2024. Solo allora è arrivato il piano aggiornato. L’agenda non la fa la politica regionale. La fa Bruxelles. E quando Bruxelles non guarda, si aspetta.
La centralina di San Felice non aspetta.

 

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