Il cugino di tutti

di Arrigo Abalti · Aprile 26, 2026

Centrodestra diviso in molti comuni

 

Ieri, alle ore 12, sono scaduti i termini per la presentazione delle liste. Significa che adesso le carte sono scoperte, i candidati sono ufficiali, le coalizioni timbrate dall’ufficio elettorale: niente più cambi in corsa, niente ripensamenti, niente “vediamo la prossima settimana”. E così, finalmente, si può guardare il tavolo per quello che è. E quello che è, in Veneto, somiglia molto a una partita di scopa giocata da un signore solo, che però ha quattro mani e tre cugini.

Quel signore si chiama Centrodestra. È robusto, mangia bene, dorme meglio, ha vinto talmente tante elezioni che ormai le confonde. Ultimamente, però, gli è successa una cosa strana: ha cominciato a litigare con se stesso allo specchio. Si guarda la mattina e si dice: tu chi sei per insegnarmi a fare politica? Poi si risponde, sempre da solo: e tu chi sei per dirmelo? E così, mentre si fa la barba, si divide in due. Anzi, in tre. Anzi, in cinque, come a Lonigo.
Si vota fra un mese in dieci comuni vicentini, e il signor Centrodestra si presenta come una pizza tagliata male: i pezzi si somigliano, ma non stanno più insieme. Ad Arzignano è diventato un trio: Masiero, Marcigaglia e Perozzo, gemelli separati alla nascita e mai più riconciliati. A Lonigo è diventato un quintetto, e siccome non bastava ha richiamato in servizio tre ex sindaci della stessa città, perché si sa, in provincia gli ex non muoiono mai: tornano.

Ad Arcugnano si è limitato a sdoppiarsi, ma lì fa più male, perché senza ballottaggio chi prende un voto in più vince, e i due cugini di centrodestra rischiano di consegnare il comune all’avversario semplicemente facendosi le linguacce. Ad Albettone non si è diviso: si è travestito. La sindaca Rigato si è smarcata dal mentore Formaggio, lui rientra in lista da consigliere semplice (ma i rumors lo danno come vicesindaco in pectore). È come se Napoleone, dopo Sant’Elena, si fosse messo a vendere panini al mercato del giovedì.

C’è chi dice: ma in fondo vincono lo stesso. Non è detto. Nei paesini si vince anche da divisi, perché i voti sono pochi, le simpatie personali pesano e una stretta di mano vale più di un programma. Ma c’è un dettaglio che il signor Centrodestra fa finta di dimenticare ogni mattina davanti allo specchio: nei capoluoghi ha perso. Ha perso Vicenza, Verona, Padova. Ha perso in molti comuni grandi anche di questa provincia. Cioè ha perso esattamente lì dove dividersi costa, dove non basta sorridere alla zia per portarsi a casa il seggio. È la legge della fisica elettorale: nei paesi piccoli ci si può permettere il narcisismo, nei paesi grandi no. E adesso che le liste sono ufficiali, il rischio è che la fisica elettorale presenti il conto anche nei comuni medi: ad Arcugnano senza ballottaggio, a Lonigo con cinque candidati in fila indiana, ad Arzignano con tre voti di centrodestra. Quando la propria coalizione si presenta moltiplicata per tre, il primo regalo lo si fa al centrosinistra. Che ringrazia, sorride, e prepara la fascia.

E qui arriviamo alla diagnosi vera, che non è politica ma clinica. Quella che vediamo non è una crisi, è una malattia, e ha un nome preciso: narcisismo. Non quello dei selfie, che fa solo ridere. Quello patologico, che fa danni. È il morbo del piccolo leader locale convinto che il proprio cognome valga più di un programma, più di una coalizione, più di un’intera comunità. È contagioso, perché si trasmette per invidia: appena uno si chiama fuori, l’altro si sente in dovere di chiamarsi fuori pure lui, sennò passa da gregario. E così, un cugino tira l’altro, e alla fine al pranzo della domenica si presentano in dieci con dieci tavolini diversi, ognuno convinto di essere il padrone di casa.
C’è una cura, però, e non l’ha inventata nessun guru della comunicazione: la conoscono tutti i nonni d’Italia. Si chiama matrimonio. Cioè quella cosa per cui due persone, una mattina, decidono che il loro “io” può aspettare, perché c’è un “noi” da tenere in piedi. In politica si dice progetto. Significa mettere le idee davanti ai cognomi, le visioni davanti alle vanità, la pazienza davanti al primato. Significa accettare che ogni tanto si stia zitti, che ogni tanto si faccia un passo indietro, che ogni tanto si sopporti il cognato antipatico perché fa parte della famiglia. È una virtù democristiana, lo so, ed è fuori moda. Ma le virtù fuori moda, di solito, sono quelle che funzionano.

Si vota fra un mese, e il signor Centrodestra qualche sindaco se lo porterà a casa. Ma adesso che le liste sono chiuse, depositate, stampate sui manifesti, non potrà più dire che era tutto un equivoco, una trattativa in corso, un malinteso dell’ultimo momento. Le carte sono scoperte, e raccontano una storia precisa: ha smesso di stare bene insieme, e per questo rischia di perdere proprio dove fino a ieri vinceva con gli occhi chiusi. Resta una sola virtù che potrebbe ancora salvarlo: l’unità. Che è una virtù noiosa, certo. Ma è anche l’unica che, alla lunga, non si moltiplica per tre. E non si presenta da sola in lista contro se stessa.

Soprattutto, è l’unica che non finisce per fare un regalo agli avversari.​​​​​​​​​​​​​​​​

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