Che fastidio!

di Arrigo Abalti · Maggio 4, 2026

Countdown per la governance della Fondazione Studi Universitari 

De Gaulle diceva che i cimiteri sono pieni di persone indispensabili. A Vicenza, i cassetti sono pieni di riforme urgenti. È la stessa cosa. Solo che i morti, almeno, non giocano con le poltrone.
La Fondazione Studi Universitari doveva cambiare pelle. CdA ristretto, presidente con poteri veri e Mirmidoni al suo fianco. Non perché l’attuale non funzioni — il CdA decide, eccome. Ma perché con meno sedie intorno al tavolo, gli equilibri e i contrappesi cambiano. E gli equilibri, in questo caso, si chiamano Confindustria. Piazza Castello non chiede efficienza. Chiede peso. Chiede che il proprio voto valga di più in un ente dove oggi siede come socio minore accanto a chi paga il conto. Sono le cattiverie del Palazzo, si dice. Ma le cattiverie del Palazzo, di solito, sono le uniche cose che hanno un retrogusto di verità.
Perché il conto, è bene ricordarlo, lo pagano altri. Il Comune e la Provincia versano ogni anno i due terzi di quanto serve per far funzionare la Fondazione. La Camera di Commercio — che in teoria rappresenta tutte le categorie economiche — completa il quadro. Anche Confindustria ha una quota e versa un contributo, ma meno, ma nel tempo, ha moltiplicato il proprio potere tra le nomine della CCIAA, quelle dirette e una presidenza ottenuta per diritto consuetudinario, divenuto quasi divino. Poi la storia racconta una verità diversa.
Fu Giuliano Zoso — DC — e Laura Fincato — PSI — a sbloccare alla fine degli anni Ottanta i fondi e il patrimonio per far partire i corsi universitari in città: quell’ex GIL alle Barche che divenne il primo mattone dell’ateneo vicentino. Era la politica. Furono Manuela Dal Lago – Presidente della Provincia- ed Enrico  Hullweck – sindaco – a trovare le risorse per viale Margherita. Era ancora la politica. Fu Francesco Rucco – sindaco e presidente della provincia- a benedire lo sbarco dello IUAV a San Biagio. La politica, sempre. Ma sicuramente il merito è di Confindustria.

Sullo statuto Smart per avere un presidente con pieni poteri la Provincia prima ha detto sì, a sua insaputa, poi ha detto no. Saputolo. Donazzan ha tirato la sua cannonata da Bruxelles, Rucco ha tuonato dai giornali, e Andrea Nardin si è trovato incastrato tra un impegno preso e il proprio partito come un uomo che ha firmato un contratto senza leggere le clausole.

Risultato: la riforma è finita nel cassetto. Il bando è uscito con il vecchio schema. Tre più tre più tre, più uno di Viacqua, uno della Regione, uno di Confindustria. Dovrebbero essere questi i numeri se nel frattempo non si è aggiunta la bocciofila dei Ferrovieri. Le quote distribuite come confetti a un matrimonio di provincia. Il presidente che può venire da dentro o da fuori, come il Papa, purché non disturbi troppo. Ma rigorosamente con l’aquila dorata sulla giacca.

Siamo, insomma, alla commedia dell’arte. Tutti hanno la maschera. Nessuno ha il copione.
Sul nome del Presidente però, la scena si è complicata nel modo più prevedibile. La Camera di Commercio tiene duro su Pippo Zigliotto, l’uomo che ha attraversato il crac della Popolare uscendone con due assoluzioni e quella particolare forma di autorevolezza che si conquista solo sopravvivendo alle cose che avrebbero potuto affondarti. La Provincia dall’altra parte sembra abbia lanciato un altro confindustriale peraltro legatissimo a Zigliotto,  Domenico Corà – che fino a pochi giorni fa surriscaldava il cellulare per promuovere proprio Zigliotto. La mossa di chi sta cercando ancora di capire se è al tavolo o sul menu.

Il Comune — il sindaco Possamai, un terzo delle quote, tutto il peso di Palazzo Trissino — ha comprato i pop corn. Aspetta. Osserva. Sorride. Lascia fare. L’ipotesi su Otello Dalla Rosa sembra per il momento accantonata. Silenzio sul presidente uscente Adamo Dalla Fontana, di provata fede confindustriale ma di un’altra generazione, quella che – dicono –  piazza Castello vuole mandare in soffitta.

Ecco il punto. In questa città si discute di poltrone con l’intensità con cui altrove si discute di partite di calcio. Si consumano energie, si convocano riunioni, si fanno e disfano alleanze — tutto per spostare di qualche grado l’asse di un ente che la politica ha costruito, che la politica finanzia, e che ora qualcuno vorrebbe sottrarre alla politica. In nome dell’efficienza, naturalmente.
Nel frattempo, nessuno risponde alla domanda che conta: che idea c’è a Vicenza del proprio futuro accademico? Vogliamo essere una città universitaria o una città con qualche corso universitario? Vogliamo attrarre eccellenze o continuare a tenere tre atenei veneti come isole separate, senza rotta comune? Insomma, come dicevano i padri fondatori dell’università a Vicenza, qual è il progetto? La visione? Se ci fosse, questo almeno renderebbe meno imbarazzante lo spettacolo di questi giorni.

Alla radio e sui social ci viene in aiuto la musica. C’è una canzone che gira ovunque. La canta Ditonellapiaga. Si intitola Che fastidio. È la colonna sonora perfetta. Non per il ritornello. Ma per la sensazione che descrive: quella di chi guarda qualcosa che non gli piace, lo sa, lo vede, e non riesce a smettere di guardare.
Vicenza ha questo vizio. Guarda. E aspetta. E rinvia.
Che fastidio.

 

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