Boomerang. Col Rosatellum, oggi, Meloni non perderebbe

di Arrigo Abalti · Maggio 2, 2026

La simulazione con il sondaggio di Pagnoncelli

 

Domanda da retroscena, di quelle che a Palazzo qualcuno comincia a girarsi nella testa. Cosa succederebbe se il centrodestra si fermasse? Se lasciasse cadere lo Stabilicum in commissione, e affrontasse il 2027 con il Rosatellum dov’è — quel Rosatellum firmato Rosato, che oggi siede nei banchi di Azione, ironie della politica italiana?

I numeri di Pagnoncelli e del suo sondaggio sul Corriere di questi giorni, riletti con la calcolatrice della legge in vigore, raccontano una storia diversa. E non è un dettaglio. Il campo largo, sì, vincerebbe lo stesso. Ma vincerebbe di poco. Pochissimo. Tanto poco da non avere la maggioranza assoluta in nessuna delle due Camere.

Mettiamoli in fila, i seggi.

Camera, quattrocento deputati. Centoquarantasette collegi uninominali, duecentoquarantacinque plurinominali, otto dell’estero. La quota proporzionale, con queste percentuali, fotografa il Paese reale: FdI primo partito a settanta deputati, Pd secondo a sessanta, M5S terzo a trentotto, e poi giù la lunga catena dei minori. Sono le solite proporzioni e le solite dispute. È sugli uninominali, però, che si decide la partita.

Ed è qui la sorpresa. Perché un campo largo davvero unito — Pd, M5S, Avs, Italia viva, +Europa, tutti insieme appassionatamente — riprenderebbe il Sud che il centrodestra ha incassato nel 2022 grazie alla guerra fratricida tra Letta e Conte. Campania, Puglia, Calabria, Sicilia: terreni storici dei Cinque Stelle, oggi blindati a sinistra solo se uniti. Aggiungete le piazze rosse — Emilia, Toscana, Umbria — e il conto degli uninominali al campo largo, secondo le simulazioni più caute, sale a settantacinque collegi. Il centrodestra ne porta a casa una sessantina. La differenza è dieci, dodici collegi. Niente di clamoroso. Tutto di decisivo.

Sommiamo. Camera: campo largo a quota 195, centrodestra-con-Vannacci attorno ai 190, Azione a 8. Maggioranza assoluta a 201. Nessuno la vede.

Senato, duecento senatori. Stessa musica, mezza ottava più bassa. Cento al campo largo, novantacinque al centrodestra, qualche scampolo agli altri. Nessuna maggioranza. Mattarella al lavoro, formazioni di governo difficili, l’eterno gioco italiano dei numeri precari.

Ecco. Ecco il paradosso del sarto. Meloni si è cucita addosso un vestito troppo stretto. Lo Stabilicum, con questi numeri, regala settanta deputati di premio al campo largo e chiude la partita un minuto dopo lo spoglio. Il Rosatellum, lo stesso identico Rosatellum che la Lega votò controvoglia nel 2017, le regalerebbe invece il bene più prezioso che la politica conosca: il tempo. Il tempo della trattativa. Il tempo dei numeri instabili. Il tempo in cui si fanno governi del Presidente, governi tecnici, governi balneari, governi di scopo. Il tempo in cui — chiediamolo a un democristiano qualunque — i centristi tornano a contare, e a vendere caro il proprio voto.

Diciamolo. Il Rosatellum, oggi, sarebbe il migliore alleato di Palazzo Chigi. Costringerebbe il campo largo a venire a patti. Con chi? Con Calenda, magari. Con i Moderati superstiti. Con qualche transfuga dell’estero. Con ciò che resta di un mondo centrista che — incidentalmente — è proprio il mondo che la legge scritta dal centrodestra sta accuratamente sterminando.

E qui sta la cosa che nessuno, nelle riunioni notturne tra via della Scrofa, via Bellerio e Arcore, ha avuto il coraggio di mettere davvero sul tavolo. La verità è semplice. Il centrodestra ha cominciato a scrivere lo Stabilicum quando era al 49 per cento e Schlein aveva appena sostituito Letta. In tre anni e mezzo la curva è scesa. Vannacci ha aperto bottega. Il campo largo ha imparato a parlarsi. E il vestito, cucito su misura per un corpo in salute, oggi stringe sui fianchi di un governo affaticato.

Che fare? Ipotesi uno: si va avanti, si chiude lo Stabilicum, si scommette su un’inversione di tendenza nei prossimi diciotto mesi. Ipotesi due: si frena. Si lascia il testo a marcire in commissione, si torna al Rosatellum, e si fa il discorso solenne sulla “stabilità delle regole” sperando che nessuno ricordi gli annunci di febbraio. Ipotesi tre: si modifica il testo in corsa. Si abbassa la soglia del premio. Si allarga il ballottaggio. Si correggono gli effetti distorsivi. Tutte cose che però riaprono la trattativa con gli alleati — e con Vannacci, che dell’attuale architettura è uno dei principali interessati.

C’è poi la quarta ipotesi, quella della politica italiana migliore. Si lascia correre. Si scommette sul fuoco amico tra Conte e Schlein, perché basta poco, in una coalizione di sei partiti, perché i numeri si rompano. E si torna alle elezioni con le regole vecchie, sapendo che le regole vecchie, almeno, non hanno la propria firma sotto.

Resta una verità che la Prima Repubblica aveva ben chiara e che la Seconda ha dimenticato. Le riforme elettorali si fanno da forti, non da deboli. Si fanno per cristallizzare un vantaggio, non per tappare una falla. Meloni ha cominciato che era forte. Continua mentre cala. E quel vantaggio, mezzo punto alla volta, rischia di trasformarsi nel più sofisticato degli autogol della Seconda Repubblica.

Mezzo punto. Una virgola.

Sotto Rosatellum, una trattativa.

Sotto Stabilicum, un’opposizione.

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