di Arrigo Abalti · Maggio 8, 2026
È quella virtuale. La genera l’AI
A Mestre una ragazza di vent’anni è stata presa in cura dal Servizio per le Dipendenze. Non per droga, non per alcol, non per il gioco. Per un’amica. Un’amica invisibile, sempre disponibile, infinitamente paziente, che le rispondeva a qualunque ora del giorno e della notte e che, soprattutto, non la contraddiceva mai. L’amica è un chatbot di intelligenza artificiale. La ragazza, a un certo punto, non parlava più con nessun altro.
È il primo caso italiano ufficialmente registrato. Non sarà l’ultimo. La dottoressa che l’ha in cura lo dice con una frase che meriterebbe di essere stampata sui libri di scuola: la macchina ti dà le risposte che vuoi sentire. Ed è qui, in questa frase modesta, che si nasconde tutto il problema della nostra epoca. Perché la differenza fra un’amica vera e un’amica artificiale non sta nell’intelligenza, nella memoria, nemmeno nella simpatia. Sta nel fatto che un’amica vera, prima o poi, ti dice una cosa che non volevi sentire. Ti guarda male. Ti delude. Ti fa arrabbiare. È quello che, nel linguaggio antico delle relazioni, si chiamava attrito. E l’attrito, lo sappiamo tutti, è la cosa che logora ma anche la cosa che leviga.
Il chatbot non logora. Non leviga. Restituisce in forma raffinata ciò che ci aspettiamo di sentire, come uno specchio leggermente truccato. È per questo che ci piace tanto: perché ci somiglia, ma in versione migliore. Un noi senza spigoli, senza fatica, senza la noia delle conversazioni che non finiscono dove vorremmo. Una di quelle relazioni in cui non si litiga mai, perché non c’è nessuno, dall’altra parte, capace di soffrire davvero per ciò che diciamo.
Pensavo, leggendo la notizia, alla nonna di un mio amico. Quando lui era bambino e si lamentava degli amici di scuola, lei gli diceva: «caro mio, gli amici buoni sono quelli che ti fanno piangere almeno una volta». A lui sembrava una frase crudele. Solo a quarant’anni ha capito che era una frase d’amore. Voleva dire: solo chi ti vuole bene davvero ha l’autorità di farti del male senza romperti.
Ai vent’anni di oggi questa autorità l’abbiamo tolta. Abbiamo costruito macchine che non ci fanno piangere mai e le abbiamo chiamate «amiche». Poi ci stupiamo se i ragazzi si ammalano di solitudine in mezzo a una connessione perpetua. Forse il primo passo, prima ancora di curarli, è ammettere che gliel’abbiamo insegnato noi. Che siamo stati noi, generazione dei genitori, a confondere l’assenza di conflitto con la presenza di affetto.
La ragazza di Mestre guarirà, speriamo. Tornerà magari a litigare con qualcuno in carne e ossa. Si farà del male, le diranno cose che non vuole sentire, scoprirà che è una fortuna.



