di Arrigo Abalti · Luglio 28, 2026
Dopo i nove sindaci dei comuni a doppio turno, sarebbero già una quarantina i sindaci dei piccoli e medi che hanno firmato il documento per la Casa dei Comuni
Il documento che circola in queste ore tra i municipi vicentini è la seconda tappa di un percorso che si intuiva già dalla prima. Dopo l’adesione dei nove sindaci dei comuni sopra i 15mila abitanti — quelli eletti col doppio turno — arriva ora il testo pensato per i sindaci dei comuni piccoli e medi, quelli sotto quella soglia. È il classico meccanismo a due chiavi delle grandi intese: prima si mette d’accordo chi ha già le stanze più grandi, poi si apre il portone a chi, da solo, quella casa non potrebbe permettersela. E i numeri, se le voci raccolte in queste ore sono attendibili, non sono simbolici: una quarantina di primi cittadini avrebbero già firmato l’adesione, con l’elenco definitivo atteso nei prossimi giorni.
Il contenuto del documento è chiaro fin dalle prime righe: la Provincia va rilanciata nella sua funzione originaria di “Casa dei Comuni”, il luogo dove sindaci di colore politico diverso trovano una sintesi su temi che superano i confini comunali — viabilità, edilizia scolastica, difesa del suolo, protezione civile. È lo stesso schema che la provincia di Vicenza ha già sperimentato, con esiti diversi, negli anni di Achille Variati prima e di Francesco Rucco poi: un’unità che nasce dal basso, tra sindaci, prima ancora di tradursi in una lista o in un nome.
Il richiamo esplicito è alle liste “Casa dei Comuni” del 2021, che il documento cita come precedente da valorizzare più che da ripetere meccanicamente. L’obiettivo dichiarato è duplice: costruire un percorso condiviso per il rinnovo del Consiglio provinciale, e arrivare nel 2027 a una figura per la presidenza capace di raccogliere un consenso ampio tra le diverse sensibilità politiche e civiche del territorio.
I firmatari insistono sul fatto di non voler cancellare le appartenenze politiche di ciascuno, ma di volerle far convivere attorno a un metodo di lavoro comune, motivato dalla constatazione — più amministrativa che ideologica — che nessun comune, specie quelli di dimensioni minori, può affrontare da solo le sfide che la Provincia è chiamata a coordinare.
Resta da capire quanti sindaci mancheranno all’appello finale, e soprattutto se questa convergenza tra amministratori di aree diverse della provincia troverà, nei prossimi mesi, un nome condiviso su cui misurarsi in vista delle elezioni provinciali. Il documento, per ora, fissa il metodo. Il resto — nomi, liste, alleanze — arriverà con l’avvicinarsi della scadenza elettorale.
Nella politica di provincia, del resto, il primo passo è sempre lo stesso: si firma l’unità, si costruisce la maggioranza. Il nome, quando arriverà, dirà chi l’ha davvero guidata. Ma anche questo non è un mistero.



