Otto settembre

di Arrigo Abalti · Luglio 29, 2026

Consiglio regionale, resa dei conti: la vecchia guardia contro il nuovo corso

 

Zaia non è morto. Zaia non si è nemmeno dimesso. È lì, in campo, vivo e vegeto quanto un ex governatore può esserlo. Ma i suoi colonnelli si comportano come gli ufficiali italiani all’indomani dell’8 settembre: il comando supremo esiste ancora sulla carta, eppure nessuno sa più bene a chi obbedire, e ognuno si arrangia come può.

Martedì il pretesto era il Rendiconto 2025. Trentun milioni per i Giochi paralimpici, la solita liturgia di fine legislatura d’estate. Il vero ordine del giorno era un altro: chi comanda, adesso che il comando è diviso in due.

Roberto Marcato apre le danze. Presidente di commissione, in predicato di essere il candidato sindaco a Padova l’anno prossimo, ma con non poche difficoltà nel centrodestra – FdI fredda e Tony De Poli in pista –  voce impastata di pazienza finta: il capogruppo di maggioranza non ha detto una parola in difesa del Rendiconto. Traduzione per i non addetti: nessuno ha difeso l’operato di Zaia. Ed è il primo segnale di un esercito che non sa più se sta ancora combattendo per il vecchio comandante o si sta già arruolando col nuovo.

Elisa De Berti rincara. Prende in prestito un aggettivo di Filippo Giacinti — “frizzantini” — e lo rovescia contro la nuova gestione dei conti, con la soddisfazione di chi ruba un’arma al nemico e la usa meglio di lui. Sopra e sotto di lei, in commissione, il vecchio stato maggiore dello Zaiastan: Calzavara, Lanzarin, Corazzari. Reparti che non hanno ricevuto ordini chiari e nel dubbio sparano contro chiunque passi.

Barbisan incassa e ribalta. Il capogruppo, dice, non ha difeso Zaia perché ha difeso Stefani. E Stefani — colpo di scena — un emendamento l’ha scritto insieme al Pd. In commissione. Alla luce del sole. È l’equivalente politico – in questa narrazione – di un ufficiale che tratta col nemico mentre i suoi commilitoni discutono ancora se resistere o disertare.

Ed ecco che la storia smette di essere cronaca di bilancio e diventa antropologia del potere. Un governatore leghista che tratta con l’opposizione non è un fatto tecnico. È, per chi è rimasto fedele alla vecchia linea, un armistizio separato. Peccato che a firmarlo, per quindici anni, sia stato proprio Zaia — trattando, mediando, accomodando con chiunque servisse, Pd compreso, quando faceva comodo — senza che nessuno in Lega gridasse al tradimento. Qualcuno ricorda scontri epici tra Zaia e il centrosinistra? Anzi. Però quello si chiamava pragmatismo veneto, e veniva venduto come un marchio di fabbrica. Oggi lo stesso identico gesto, fatto da Stefani, alla luce del sole e su emergenze che riguardano più il Veneto che la politica, diventa un armistizio da condannare in piazza d’armi. La differenza non è nella tattica. È in chi la esegue. E, diciamolo, è soprattutto nello stile.

E c’è una seconda ironia, più sottile e più crudele della prima. Buona parte di questi ufficiali senza più esercito non siede più in giunta. Semplicemente perché la norma che ha impedito il loro rientro — il limite dei due mandati per gli assessori, gemello di quello previsto per il governatore — l’ha voluta proprio Zaia, a suo tempo, per blindare se stesso e disegnare a sua immagine il ricambio della truppa. Hanno applaudito la regola quando serviva al comandante. La scontano oggi, smobilitati, e la colpa la danno a chi ha preso il comando dopo. È la sindrome di Stoccolma applicata alla politica regionale: si continua a difendere chi ha firmato l’ordine di congedo, prendendosela con chi si è semplicemente trovato a raccoglierlo.

Calzavara non lo dice, lo sussurra: «Anche i miei silenzi fanno notizia. Vuol dire che sono diventato più importante di quanto credessi». Frase da manuale del reduce: si comincia a contare i propri silenzi quando le parole non bastano più — e si comincia a indignarsi per gli armistizi altrui quando i propri sono stati dimenticati per comodità.

Il voto, alla fine, tiene tutti insieme ma non convince nessuno. Trenta sì, quindici no. I pretoriani votano il documento — non potevano non farlo, è anche opera loro — ma lo votano con lo sguardo di chi firma sotto dettatura.

Andrea Tomaello prova la mossa più vecchia della politica italiana: derubricare la spaccatura a fisiologia. «Come dicevano i democristiani, sempre stati frizzantini». Citazione elegante. Ma impropria, tipica di chi dei democristiani ha solo sentito parlare al bar senza aver mai letto una riga che li riguarda. Perchè  nella Dc le correnti duravano trent’anni, con un comando che restava unico. Le trattative erano lunghissime e soprattutto la complessità di pensiero era ad un livello inimmaginabile per il giovane consigliere. Qui il doppio comando — quello vero e quello nostalgico — ha undici mesi di vita, e già scricchiola.

Ma forse il problema non è la truppa, né il doppio comando, né la data sull’agenda. Il problema è più semplice, e più scomodo da scrivere: una classe dirigente si riconosce nel momento in cui il regime cambia, non in quello in cui lo gestisce in tempo di pace. È lì che si vede se chi ha governato per quindici anni ha costruito qualcosa che sopravvive a chi lo ha messo in piedi, o solo un apparato che sopravvive finché comanda. Quel Veneto leghista, all’appuntamento con la propria successione, ha scoperto di non avere una classe dirigente. Ma di avere una corte.

E una corte non nasce per caso. Nasce ogni volta che un partito smette di essere un progetto e diventa il prolungamento di un uomo solo. Per quindici anni il “modello veneto” ha avuto un volto, una voce, uno stile inconfondibile — e proprio in questo, va detto, stava la sua efficacia: si vinceva perché si riconosceva un comandante. Ma quello che sembrava un punto di forza era, in realtà, un debito che prima o poi andava saldato. Quando il potere si personalizza fino in fondo, la squadra smette di essere una squadra e diventa un seguito di tifosi. Non si formano eredi, si formano cortigiani. Non si costruiscono idee che camminano da sole, si costruiscono fedeltà che camminano dietro a qualcuno. E quando quel qualcuno non c’è più al timone — anche se resta, come Zaia, formalmente in campo — il seguito non sa più dove andare, perché non ha mai imparato a orientarsi da solo. Si limita a litigare su chi gli somiglia di più.

È il vero costo della personalizzazione del potere, quello che nessun rendiconto di bilancio registra: si scambia il carisma di un uomo per la solidità di un’idea, e quando l’uomo esce di scena — in un modo o nell’altro — resta solo il vuoto di un’idea mai davvero esistita. La politica dovrebbe essere il contrario esatto di questa scena: un servizio che si tramanda, non un trono che si contende. Un metodo che sopravvive a chi lo ha inventato, non un culto che muore con lui. Il cittadino, quello vero, quello che guarda i conti della Superstrada Pedemontana o le liste d’attesa in sanità, non ha bisogno di sapere chi tra i pretoriani sia più fedele al re. Ha bisogno di sapere se qualcuno, in quell’aula, sta ancora lavorando per lui.

Oggi si torna in seduta. Poi pausa fino al 7 settembre — vigilia, quest’anno, di un altro 8 settembre. Sarebbe già qualcosa se, al rientro, qualcuno ricordasse che servire un governatore e servire un elettore non è, per definizione, la stessa cosa. E che una classe dirigente si misura non da quanto sa essere fedele a chi l’ha creata, ma da quanto sa essere utile a chi l’ha votata.

 

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