di Redazione · Agosto 8, 2026
Cominciamo dai fatti, che in queste storie sono sempre la parte più incredibile. Con una delibera firmata a fine 2024 e valida per tutto l’anno scorso, l’Ulss 2 Marca Trevigiana — l’azienda sanitaria che gestisce gli ospedali della zona, Treviso compresa — ha deciso di affidarsi a un’agenzia di investigazioni private per controllare i propri dipendenti. Budget stanziato: centotrentamila euro. Già pagati nei primi nove mesi: almeno cinquantacinquemila. Obiettivo dichiarato nel documento: «servizio a garanzia e tutela del patrimonio aziendale», cioè verificare che nessuno se ne approfitti, tra permessi, malattie e timbrature. Il servizio, con il pudore lessicale che solo la burocrazia sa produrre, viene definito «sperimentale».
Sperimentale. Come se la diffidenza fosse una molecola nuova, da testare su un campione di volontari. Solo che i volontari non sapevano di esserlo, e il consenso informato — quello che in ospedale ti fanno firmare anche per un prelievo — qui non l’ha firmato nessuno.
Proviamo a convertire la cifra nell’unica valuta che in sanità conta davvero: il tempo. Cinquantacinquemila euro sono centinaia di ore di assistenza, sono ecografie, sono qualche settimana strappata a una lista d’attesa. Sono, soprattutto, notti in cui qualcuno non resta da solo in corsia perché il turno era scoperto. Invece sono diventati pedinamenti. Abbiamo pagato per guardare chi ci cura, mentre chi ci cura guardava l’orologio sperando che arrivasse il cambio.
Nessuno nega che i furbi esistano: esistono, e vanno presi — e la Corte dei conti ha peraltro riconosciuto che il ricorso agli investigatori privati, nel pubblico, è legittimo. Legittimo, però, non è sinonimo di saggio. Perché l’idea che il modo migliore per stanare qualche assenteista sia mettere un occhio privato addosso a tutti dice qualcosa di profondo, e di triste, sul rapporto tra un’istituzione e le persone che la tengono in piedi. Il sospetto è l’unico agente patogeno per cui non abbiamo ancora un vaccino, e ha un tasso di contagio spaventoso: quando l’amministrazione controlla il dipendente, il dipendente smette di dare più di quanto gli è richiesto. Si fa il compitino, si timbra, si va a casa. Guai a fermarsi dieci minuti in più: potrebbero interpretarlo male anche quello.
Il capolavoro, però, sta nel finale. I risultati delle indagini non sono pubblici. Abbiamo quindi speso cinquantacinquemila euro per sapere una cosa che non possiamo sapere: è l’unico esame in tutta la sanità italiana che non produce referto.
Resta quella formula, «a tutela del patrimonio aziendale». Ma il patrimonio di un ospedale non sta nei faldoni né nei macchinari: sta in quella signora che alle quattro di notte ti tiene la mano mentre aspetti la barella. Se per proteggerlo decidi di farla pedinare, il patrimonio l’hai già perso. E non c’è investigatore che possa ritrovartelo.
Buongiorno.




