di Arrigo Abalti · Agosto 9, 2026
C’è un signore di settantacinque anni, a Venezia, invalido al cento per cento. Vive in una casa di riposo, come capita a molti quando il corpo smette di collaborare del tutto. La retta è alta, perché le rette sono alte. Lui non ce la fa da solo, e chiede aiuto al Comune.
Il Comune guarda le carte e trova un immobile. Magari l’appartamento dove ha cresciuto i figli, magari due stanze e un bagno in periferia: comunque un bene, e i beni si contano. Verdetto: copriamo un terzo. Il resto se lo veda lei, che qualcosa ha. Detto con garbo, s’intende, e con moduli.
Tradotto dal linguaggio degli uffici: venda la casa. Un uomo invalido al cento per cento, in una stanza con il comodino di formica, viene invitato a mettere sul mercato l’unica cosa che gli è rimasta, e a farlo proprio nel momento della vita in cui è meno attrezzato del solito per trattare col mondo. Il suo avvocato ricorre. Il Tar dà torto al Comune. Il Comune insiste, va in appello, e il Consiglio di Stato dice la stessa cosa in modo definitivo: l’unico criterio è l’Isee, i patrimoni non c’entrano, l’assistenza la paga l’ente. Cento per cento.
Non è generosità, è logica. L’invalidità totale non è un contrattempo da tamponare vendendo il tinello: è una condizione, e per le condizioni esiste lo Stato. Del resto lo dice l’Isee stesso, che è nato apposta per misurare la capacità economica di una famiglia e che il Comune, guarda caso, teneva da parte quando il risultato non tornava.
Adesso parte il domino. In Veneto ci sono decine di ricorsi, da Castelfranco a Monselice, con i rimborsi che risalgono fino alla prima retta pagata. Alcuni Comuni stanno già annullando in autotutela i propri provvedimenti, che è il modo elegante di dire che hanno letto la sentenza e hanno capito come va a finire. E i sindaci dei paesi piccoli, quelli col bilancio che sta in una cartellina, si guardano le scarpe.
La loro preoccupazione è seria, e chi la liquida racconta metà della storia: quei soldi qualcuno dovrà metterli, e la non autosufficienza costa molto più di quanto lo Stato abbia mai voluto ammettere ad alta voce. Ma il conto arriva adesso perché per anni è stato spostato altrove — cioè addosso a chi era meno in grado di reggerlo.
Perché per l’immobile di un vecchio esiste una parola più esatta di «patrimonio», ed è «casa». È il posto dove torneresti se le gambe funzionassero. Sapere che c’è ancora, anche da lontano, anche mai più, è un pezzo di quello che tiene insieme una persona.
Il Consiglio di Stato non gli ha restituito le gambe. Gli ha restituito il diritto di non doversi vendere la finestra da cui guardava prima.



