L’allegato

di Redazione · Agosto 10, 2026

Centotrenta.

Non è una data, è la cifra, in migliaia, dell’incarico che l’Ulss 2 Marca Trevigiana ha affidato a un’agenzia di investigazioni privata per far seguire i propri dipendenti per tutto il 2025, e non sarebbe un numero interessante se non fosse per l’altro numero che gli sta accanto senza comparire in nessun atto: centoquaranta, cioè la soglia entro cui il codice dei contratti consente di affidare un servizio direttamente, senza gara, senza confronto, senza che nessuno debba spiegare perché quella ditta e non un’altra. Diecimila euro di margine su centoquaranta. Sarà una coincidenza, e le coincidenze esistono, per carità; però è il tipo di coincidenza che in qualunque altro settore produrrebbe almeno una riga di verbale, e che qui invece è passata come passa l’aria da una finestra socchiusa, senza che nessuno la sentisse.

Il resto è tutto pubblico, e questa è la parte comica della faccenda. La delibera ha un numero, 2471, ha una data, 20 dicembre 2024, sta da un anno e mezzo nella sezione Amministrazione trasparente del sito aziendale, dove chiunque poteva leggerla e dove per un anno e mezzo non l’ha letta nessuno, il che dice qualcosa di preciso su cosa sia diventata la trasparenza in Italia: non un obbligo di far sapere, ma un obbligo di rendere teoricamente conoscibile, che è l’esatto contrario e funziona molto meglio. Nella delibera c’è l’oggetto, c’è l’importo, c’è il nome della società — Global Investigazioni srl di Padova, guidata da un ex poliziotto della Mobile euganea e da suo figlio — ci sono le firme del direttore amministrativo, del direttore sanitario, della direttrice dei servizi socio-sanitari. C’è tutto. Manca il progetto. Manca cioè l’unico foglio in cui si spiegherebbe perché un’azienda sanitaria pubblica arrivi a far pedinare i propri infermieri, e siccome le fotografie di gruppo si giudicano da chi non c’è, la delibera 2471 si giudica dall’allegato che non le è mai stato attaccato.

Poi c’è la parte che manca del tutto, che è il finale. Dodici mesi di appostamenti, relazioni «dettagliatissime» per ammissione dello stesso investigatore, persone in carne e ossa che nel frattempo timbravano, medicavano, operavano, e alla fine: niente. Quanti controllati, non si sa. Quanti sanzionati, non si sa. Se qualcuno sia stato licenziato oppure — ipotesi che nessuno contempla mai e che sarebbe la più interessante — se si sia scoperto che non c’era assolutamente nulla da scoprire, non si sa. Il contratto è scaduto a dicembre e non è stato rinnovato, e il mancato rinnovo è un oggetto meraviglioso perché ammette due letture opposte e perfettamente simmetriche: o l’operazione ha funzionato benissimo, e allora l’azienda avrebbe tutto l’interesse a dirlo, oppure non ha funzionato per niente, e allora avremmo tutti l’interesse a saperlo. Il silenzio, in questo caso, non protegge nessuno: non protegge i sospettati, che restano sospettati per sempre e senza appello; non protegge i colleghi, che di fronte a un’indagine collettiva senza esito pubblico sono stati sospettati tutti un pochino, che è la forma di sospetto peggiore perché non si può nemmeno smentire.

L’ex direttore generale ha risposto — cosa che l’istituzione, a oggi, non ha fatto — e ha detto di essersi mosso su fondati sospetti e mirate segnalazioni riguardanti alcuni specifici dipendenti, a tutela della stragrande maggioranza dei professionisti che lavorano onestamente. È una motivazione seria, e va presa sul serio: chi ruba tempo pubblico ruba ai colleghi prima che ai contribuenti, e lo dice con parole quasi identiche perfino la Cgil, che pure parla di sorveglianza di massa e chiede che gli atti si vedano. Solo che proprio perché la motivazione è seria le domande diventano più scomode, non meno: perché se i sospetti riguardavano alcuni specifici dipendenti, allora un incarico mirato si apre, si chiude e costa poco, mentre qui si è comprato un anno intero di sorveglianza, che è come assumere un dentista annuale perché a tre persone fa male un molare. Chi le aveva fatte, quelle segnalazioni? Con quali garanzie per chi veniva segnalato? E quelle relazioni dettagliatissime, adesso, dove stanno: chi le tiene, per quanto, con quale base giuridica, visto che si tratta di dati personali di lavoratori pubblici raccolti da un privato? Il responsabile della protezione dei dati è stato consultato prima o avvisato dopo, ammesso che sia stato avvisato? È stata fatta una valutazione d’impatto? I sindacati sono stati coinvolti come lo Statuto dei lavoratori impone per qualunque forma di controllo, o si è ritenuto che il pedinamento, non essendo una telecamera, non rientrasse nella categoria — che sarebbe una tesi giuridica affascinante e nuovissima?

E infine c’è la frase che allarga tutto, e non l’ha detta un sindacalista polemico ma il titolare dell’agenzia, con grande serenità: che l’Ulss 2 non è l’unica, e che contatti ce ne sono anche con altre Ulss del territorio. Quali? Perché a quel punto non discutiamo più della scelta di un manager ma di una prassi, e fra le due cose corre la stessa differenza che passa fra un errore e un metodo. Siccome poi i direttori generali delle aziende sanitarie li nomina la Regione, alla Regione rispondono, dalla Regione ricevono obiettivi e valutazioni annuali, la domanda successiva non è maliziosa, è aritmetica: la giunta di allora lo sapeva? Era un’iniziativa trevigiana o l’applicazione locale di un indirizzo condiviso? E i collegi sindacali, che nelle aziende sanitarie stanno lì proprio per accorgersi di queste cose, cosa hanno visto passare?

Nessuna di queste risposte richiede una procura. Richiedono un allegato e una risposta politica (l’assessore Lanzarin c’era o l’ha saputo dalla stampa adesso come noi?) — quello che alla 2471 non è mai stato attaccato — e una relazione finale, che è la cosa che qualunque privato pretende di leggere prima di firmare un bonifico da centocinquantottomila e seicento euro.

Il numero ce l’abbiamo, la data pure, le firme sono tutte lì. Manca soltanto il pezzo in cui si capisce che cosa è successo e qualcuno che ci dica se è stata una scelta politica veneta o un caso tutto trevigiano.

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