LA GUERRA DELLE LISTE D’ATTESA: QUANDO L’AUTONOMIA DIVENTA ALIBI

di Arrigo Abalti · Aprile 18, 2025

Nel derby tra Stato e Regioni la vittima è sempre il paziente

 

Nel teatro della politica italiana si consuma l’ennesimo atto della commedia dell’autonomia, dove i protagonisti recitano copioni prevedibili, mentre i cittadini attendono mesi per una visita specialistica. Il decreto in arrivo del Ministro Schillaci sulle liste d’attesa ha sollevato un polverone che merita di essere disperso con la forza della verità contabile, quella che raramente trova spazio nei comunicati stampa.

La realtà, ben diversa dalla narrazione dei governatori in rivolta, è cristallina: Roma ha inviato alle Regioni fondi cospicui destinati all’abbattimento delle liste d’attesa che, in molti casi, giacciono inutilizzati nei forzieri regionali. Il caso del Veneto è emblematico: più della metà delle risorse governative destinate a risolvere il dramma delle attese sanitarie non è stata impiegata, mentre si grida all’invasione di campo da parte dello Stato. Dimenticando – o facendo finta di farlo – il principio della gerarchia delle fonti. Roba da primo anno di Giurisprudenza, non certo da fini giuristi.

Ma il fronte dei governatori, presentato come granitico dai titoli di molti giornali, è in verità fragile e frammentato. Dietro la facciata di unità, si nasconde una profonda spaccatura che i protagonisti cercano di occultare. Fonti interne infatti dicono che, contrariamente a quanto emerge dal racconto mediatico, vi sono governatori che si sono posizionati sulla linea del governo già 24 ore prima della Conferenza Stato-Regioni, suggerendo una mediazione che avrebbe potuto evitare lo scontro. La fumata nera dell’incontro non è detto che sia solo il risultato di un conflitto tra Roma e i territori, ma anche in una certa misura un distinguo interno tra i governatori stessi, incapaci di trovare una posizione comune per timore di perdere la faccia davanti ai propri elettori.

E mentre i politici si battono sul ring istituzionale, c’è chi vive quotidianamente le conseguenze di questo sistema sanitario frammentato. “Tra i due litiganti il terzo soffre”, sentenzia Pierino Di Silverio, segretario nazionale dell’Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri. Una voce dal fronte che racconta una realtà fatta di “carenza di personale, contratti non applicati nelle varie aziende, lesione dei diritti elementari, soldi che non arrivano se non al privato accreditato senza regole”. I veri protagonisti di questa vicenda – medici e pazienti – sembrano essere stati dimenticati nel duello tra Roma e Regioni.

È significativo che proprio dal mondo medico arrivi un endorsement alla “inversione di tendenza rispetto all’autonomia differenziata” e al ritorno a un centralismo che possa garantire uniformità nel diritto alla salute. “Il federalismo sanitario ha portato ad avere un’Italia che viaggia a velocità differenti”, osserva ancora Di Silverio, toccando il cuore del problema: non è l’autonomia in sé a essere contestata, ma un sistema che ha creato cittadini di serie A e di serie B a seconda della regione di residenza.

La domanda sorge spontanea: quale amministrazione virtuosa potrebbe temere controlli se i propri conti sono in ordine e le risorse vengono impiegate secondo le finalità per cui sono state stanziate? Il sospetto, tutt’altro che infondato, è che la bandiera dell’autonomia sventolata contro il presunto centralismo romano sia in realtà una foglia di fico dietro cui nascondere inefficienze gestionali e incapacità programmatorie.

L’assessore Lanzarin agita lo spettro dell’invasione di campo, ma dimentica di spiegare ai veneti perché quei fondi destinati a ridurre le attese sono ancora lì, intatti, mentre i cittadini continuano a ricevere appuntamenti con date che sembrano appartenere al prossimo decennio. Non è centralismo chiedere conto di come vengono spese le risorse pubbliche, è semplicemente buona amministrazione.

Curioso anche l’atteggiamento dell’opposizione, rappresentata dalla consigliera Bigon del PD, che cade nella stessa trappola retorica, ma dal lato opposto. Anziché verificare dove siano effettivamente finiti i fondi e perché non vengano spesi, preferisce cavalcare il facile slogan dei “soldi ai privati”, ripetendo un mantra ideologico che non aiuta a risolvere il problema. La domanda è semplice: la Bigon non sa leggere il bilancio regionale o sceglie deliberatamente di non farlo per altre ragioni, a noi sconosciute? Ci è o ci fa?

La proposta che emerge dalle parole di Di Silverio – “un tavolo gestito dal ministero della Salute, coinvolgendo le parti sociali” – suona come l’unica via d’uscita ragionevole da questo impasse. Ma richiede quello che finora è mancato: la volontà di anteporre l’interesse dei cittadini a quello dei partiti.

Nel frattempo, i trenta giorni di mediazione annunciati rischiano di diventare l’ennesima occasione persa. E i cittadini continuano ad attendere, vittime di un sistema in cui la battaglia politica conta più della loro salute.

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