di Arrigo Abalti · Aprile 21, 2025
Eccoci qui, nell’ora del grande silenzio, quando la Chiesa perde il suo timoniere e il mondo un protagonista ingombrante e magnifico. Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, ci ha lasciati. E con lui se ne va una stagione della storia ecclesiale che, diciamolo francamente, ha scosso dalle fondamenta il millenario edificio vaticano con la forza dirompente di un pampero argentino.
Che personaggio, questo Papa venuto “dalla fine del mondo”. Un gesuita che ha indossato i panni del francescano, un conservatore nei dogmi che si è fatto rivoluzionario nei gesti, nei simboli, nelle priorità. Un papa che ha scelto di abitare a Santa Marta anziché nel Palazzo Apostolico, che ha lavato i piedi ai carcerati, che ha telefonato personalmente a vedove e disperati.
Bergoglio era un papa politico profondo – e non è un’accusa ma il più alto dei complimenti. La sua è stata una politica del gesto, dell’immagine potente, della parola tagliente. “Chi sono io per giudicare?”, domandava retoricamente sui gay, facendo sobbalzare cardinali e tradizionalisti. “La realtà è superiore all’idea”, ripeteva come un mantra, mandando in soffitta secoli di teologia astratta.
È stato il papa della “Chiesa ospedale da campo”, dell’accoglienza ai migranti, della lotta alle diseguaglianze. La sua enciclica “Laudato Si'” ha fatto imbestialire i capitalisti d’assalto, mentre la sua critica all’economia che “uccide” ha fatto storcere il naso ai liberisti di professione. Non ha mai smesso di attaccare quello che chiamava “il dio denaro” con una virulenza che ricordava i profeti biblici più che i diplomatici ecclesiastici.
Ma attenzione a non ridurre Bergoglio a un semplice progressista. Era molto più complesso e sfaccettato. Dietro i sorrisi e le battute c’era un uomo di governo deciso, talvolta durissimo. Un gesuita che sapeva esercitare il potere con mano ferma, come hanno scoperto a loro spese i suoi oppositori interni. Non dimentichiamo i suoi silenzi strategici su certe questioni, le sue ambiguità calcolate, la sua capacità di lasciare che fossero altri a portare avanti battaglie troppo divisive.
Ora la domanda che tutti si pongono è: cosa resterà di questa rivoluzione? Le riforme strutturali sono state meno incisive dei gesti simbolici. La Curia resta un groviglio di poteri e contropoteri. I problemi enormi che affliggono la Chiesa – dagli scandali sessuali alla crisi delle vocazioni – sono stati affrontati ma non risolti.
La verità è che Bergoglio ha cambiato più l’immagine della Chiesa che la sua sostanza. Ha spostato l’attenzione dalle questioni dottrinali a quelle sociali, dalla morale sessuale alla morale economica. Ha riposizionato il cattolicesimo nello scacchiere globale, rendendolo più appetibile alle periferie del mondo e meno allineato con l’Occidente ricco.
La sua eredità più duratura sarà probabilmente questa: aver dimostrato che si può essere radicalmente fedeli alla tradizione cattolica e allo stesso tempo radicalmente critici verso lo status quo. Una lezione su cui noi laici dovremmo meditare con attenzione.
Riposa in pace, Francesco. La Storia ti ha già riservato un posto tra i grandi protagonisti del nostro tempo. E chissà che il tuo successore non ci sorprenda tanto quanto hai fatto tu, venendo dalla fine del mondo per scuotere il centro.



