di Arrigo Abalti · Aprile 23, 2025
Il giovane, ormai ex, consigliere della Lega rappresenta l’evoluzione, da liquida a fluida, di una generazione nel rapporto con la politica
C’è qualcosa di paradigmatico nell’addio di Jacopo Maltauro alla Lega, qualcosa che parla non solo di un singolo caso ma di una nuova generazione politica. La Gen Z, questi ventenni cresciuti interamente nell’era digitale, tra crisi climatica e pandemia, incarnano una nuova grammatica del potere: non più liquido, ma propriamente fluido – in perpetuo movimento, refrattario alle classificazioni rigide, impermeabile al concetto stesso di appartenenza duratura.
Lo racconta bene il caso del giovane consigliere vicentino, fotografato oggi dal Foglio nel suo elegante slalom tra il Carroccio e il probabile approdo in Forza Italia. Ma la storia è più ampia e ci consegna il manifesto di una generazione che ha riscritto il rapporto con l’impegno politico.
A differenza dei Millennials – già inclini al pragmatismo ma ancora segnati da un residuo di idealismo post-ideologico – la Gen Z è la prima generazione di nativi politicamente infedeli. Non conoscono il peso della tradizione, non hanno memoria di un tempo in cui i partiti erano chiese laiche, non comprendono nemmeno il concetto di “militanza” come sacrificio personale sull’altare di un’idea collettiva. La politica per loro non è chiesa ma albergo: ci si ferma finché si sta comodi, poi si cerca una sistemazione migliore.
Per loro, abituati allo swipe continuo delle app di dating, al binge watching su Netflix, all’abbandono immediato di ciò che non soddisfa, l’idea di “cambiare dall’interno” un partito appare semplicemente assurda. Perché investire anni in estenuanti battaglie interne quando con un comunicato stampa ben confezionato su Instagram si può azzerare tutto e ricominciare altrove?
Il punto non è nemmeno più il trasformismo – categoria novecentesca ormai priva di senso – quanto la completa assenza del concetto di coerenza come valore. La Gen Z politica non si sente in dovere di giustificare i propri cambi di casacca perché non concepisce l’appartenenza come vincolo morale. L’identità stessa è un concetto fluido, in continua ridefinizione, un work in progress permanente.
Non è questione da giudicare, ma da comprendere per il salto antropologico che rappresenta. Questa generazione è cresciuta vedendo i propri genitori passare da un lavoro all’altro, da una relazione all’altra, da una città all’altra. Ha interiorizzato il mantra del “reinventarsi” come unica costante in un mondo caratterizzato dall’incertezza strutturale. Perché la politica dovrebbe fare eccezione? Questa generazione è figlia di un tempo in cui i partiti stessi hanno perso solidità, diventando veicoli personali, contenitori elettorali, strumenti più che comunità. Perché combattere per cambiare un partito se il partito stesso è ormai un’entità effimera? Perché investire anni in battaglie interne quando il panorama politico muta con la velocità di un algoritmo di Instagram?
La stessa retorica dell’europeismo moderato usata da Maltauro – brillantemente analizzata nell’articolo del Foglio – è rivelatrice: non sono posizioni radicate in un percorso di formazione, ma etichette intercambiabili, hashtag politici da utilizzare nel momento più opportuno, filtri Instagram da sovrapporre alla propria immagine pubblica a seconda del contesto. Non più ideologie o progetti, ma posizionamenti, non più visioni del mondo ma collocazioni tattiche in uno spazio politico bidimensionale. L’europeismo come categoria geometrica, non come passione civile.
C’è poi un elemento generazionale ineludibile: per la Gen Z, la politica è performance, non sostanza. È content creation, non missione. È personal branding, non servizio. Maltauro non è solo un giovane politico che cambia partito: è un creatore di contenuti politici che aggiorna la propria offerta in base al mercato elettorale. La politica non è più missione collettiva ma percorso di carriera personale. Cambiare partito diventa simile a cambiare azienda: un passaggio laterale per migliorare le prospettive professionali, non un trauma identitario. È la fine della politica come appartenenza e l’inizio della politica come linkedin.
Le vecchie categorie – destra, sinistra, sovranismo, europeismo – sono come i generi musicali per Spotify: playlist da mixare a piacimento, non steccati invalicabili. Forza Italia oggi, chissà quale formazione domani: l’importante è mantenere alta l’engagement rate, il tasso di coinvolgimento del proprio pubblico. E infatti c’è ancora chi scommette che l’approdo di Maltauro non sia Forza Italia, ma Italia Viva o Azione, l’anticamera dell’arruolamento al verbo del Millennial più votato della città, Giacomo Possamai.
E forse, in questo scenario iperfluido, pretendere coerenza è come chiedere a un nativo digitale di utilizzare un telefono a rotella. La Gen Z ha semplicemente aggiornato il sistema operativo della politica, passando dal modello “appartenenza” al modello “abbonamento”: rinnovabile mensilmente, cancellabile con un click.
Il vero paradosso è che questa generazione, così allergica alle etichette permanenti nella sfera personale, è ossessionata dalle definizioni nella sfera politica: moderato, europeista, liberale – parole che non definiscono un’identità ma preparano il terreno per il prossimo rebranding.
La politica Gen Z assomiglia sempre più a una sofisticata operazione di marketing personale, dove l’unica fedeltà indiscutibile è quella al proprio personal brand. In questo, forse, sono semplicemente i figli perfetti della politica italiana contemporanea: hanno solo portato alle estreme conseguenze ciò che i loro padri avevano già iniziato. Quindi sono senza padri, orfani di un politica forte, confusi per la perdita della dimensione magistrale del potere, dove la democrazia e l’impegno si imparano perchè ci sono dei maestri, dei modelli di riferimento.
Oggi alle 11.30 in Sala Collese, Maltauro ha convocato una conferenza stampa per spiegare il suo “futuro politico” che però ha già raccontato al Foglio. E se i gesti portano con sé la rappresentazione di quello che siamo, qui c’è tutto lo stile di una generazione.



