di Arrigo Abalti · Agosto 12, 2025
Tra ruspe, Pfas e silenzi istituzionali, Vicenza rischia di replicare il copione della Miteni. Dietro le quinte, un cantiere che è anche un banco di prova politico, dove tutti vogliono salire sul convoglio, ma nessuno sedersi alla locomotiva della responsabili
Ufficialmente, il cantiere della TAV a Vicenza è un’operazione tecnica: ruspe, demolizioni, monitoraggi ambientali e un decalogo di regole “anti‑Pfas” da far sembrare tutto sotto controllo. Ufficiosamente, è un banco di prova politico dove si incrociano interessi, equilibri e paure che hanno poco a che fare con la velocità dei treni.
La scena è questa: giù le pensiline più giovani, ferro, arsenico e Pfas nei report tecnici, conferenze di servizi degne di un vertice NATO e un vocabolario fatto di “Contratto di fiume” e “Do No Significant Harm” per tranquillizzare la gente. Ma chi conosce il Veneto sa che la vera domanda non è “quando finirà il cantiere?”, bensì “chi si prenderà la colpa se le acque contaminate finiranno dove non devono?”.
Qui, il ricordo della Miteni non è una citazione storica, è un avvertimento. Lì le istituzioni avevano taciuto o guardato altrove finché la falda era ormai irrimediabilmente compromessa. Oggi tutti giurano che “questa volta no”, ma il meccanismo è lo stesso: troppe mani sulla leva del freno d’emergenza e nessuna disposta a premere davvero.
Dietro le quinte, il Comune gioca di sponda: non può dire no alla TAV, ma non vuole prendersi la responsabilità politica di un incidente ambientale. La Provincia partecipa alle riunioni e prende appunti, la Regione controlla che il dossier non diventi un boomerang mediatico a un anno dalle elezioni, e RFI… beh, RFI ha un solo obiettivo: consegnare il cantiere in tempo, qualunque cosa succeda sotto il cemento.
Chi ci guadagna? I protagonisti della grande opera: appalti milionari, subappalti strategici, studi di progettazione che ruotano intorno al potere regionale e romano. Chi rischia? I cittadini, che si ritroveranno un’opera da vetrina e, se va male, un’eredità chimica che durerà più dei treni stessi.
La verità è che la TAV a Vicenza è il perfetto laboratorio del “modello Veneto”: costruire in velocità, gestire l’ambiente con comunicati stampa e incrociare le dita che non succeda un “caso Miteni bis”. Perché qui non si corre solo per collegare Vicenza a Milano in 40 minuti. Si corre soprattutto per far arrivare il treno prima che arrivi la resa dei conti.
Appendice – Mappa degli attori politici e tecnici del cantiere TAV Vicenza (con nomi attuali)
| Attore/Ente | Responsabile Attuale | Ruolo nel dossier | Obiettivo | Posizionamento politico |
| Comune di Vicenza | Sindaco Giacomo Possamai | Gestione rapporti con RFI, comunicazione ai cittadini, autorizzazioni | Evitare ricadute politiche negative in caso di problemi ambientali | Cauto, favorevole alla TAV ma attento agli impatti locali |
| Provincia di Vicenza | Presidente Andrea Nardin | Conferenze di servizi, coordinamento tra Comuni | Esistere istituzionalmente senza esporsi | Neutrale-operativo |
| Regione Veneto | Presidente Luca Zaia | Controllo ambientale/sanitario, rapporti con RFI e Governo | Evitare che diventi un caso mediatico stile Miteni | Pro-grandi opere, comunicazione preventiva |
| RFI (Rete Ferroviaria Italiana) | Presidente Paola Firmi; AD/DG Aldo Isi | Committente e gestore del cantiere | Rispettare tempi e budget, completare l’opera | Tecnico-formale, forte pressione governativa |
| ARPAV (Agenzia Regionale Ambiente) | Direttore Generale Loris Tomiato | Monitoraggio ambientale, analisi contaminanti | Garantire dati ufficiali, gestire sforamenti nei limiti di legge | Tecnico-istituzionale |
| Conferenza dei Servizi | (Responsabilità condivisa tra enti) | Tavolo decisionale tra enti | Trovare compromessi operativi per non bloccare il cantiere | Equilibrio tra interessi locali e nazionali |
| Ministero delle Infrastrutture | Ministro Matteo Salvini |



