Il modello Gimbe: l’Italia che regala il petrolio dei dati al marketing

di Arrigo Abalti · Agosto 21, 2025

La Fondazione di Cartabellotta giudica le Regioni che sono anche sue clienti, ma non il Veneto.  Agenas, Aifa, Iss e Ministero hanno i dati ma non li sanno usare. E così il privato trasforma il vuoto pubblico in business e in prime time televisivo

 

In Italia capita questo: le istituzioni hanno i dati e non sanno cosa farsene, e una Fondazione privata che i dati non li produce diventa l’oracolo della sanità. Benvenuti nel paradosso italiano: Agenas, Aifa, Iss e Ministero col petrolio in mano, incapaci di raffinarlo. Gimbe, che mette insieme i numeri in slide e grafici, si prende la scena in tv, nei talk show, sui giornali. E passa per il verbo.

Peccato che l’oracolo, mentre predica, fatturi. A svelarlo in questi giorni sono stati La Verità e Libero: la Fondazione “senza scopo di lucro” guidata da Nino Cartabellotta, tra il 2022 e il 2025, ha incassato 757.435 euro dal sistema pubblico. Consulenze, corsi, report statistici. Tutto documentato nella Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici.

La lista è lunga: 128 mila euro dall’Ordine interregionale dei fisioterapisti Piemonte–Valle d’Aosta, 120 mila dall’ospedale di Terni per un corso PNRR, 88 mila dall’Asp di Crotone, 85 mila dall’Azienda sanitaria di Potenza, 80 mila dalla Regione Calabria per uno studio che, guarda caso, due mesi dopo celebrava i miglioramenti LEA della stessa Calabria. E ancora 30 mila dall’Emilia-Romagna per un report sull’emergenza-urgenza, 40 mila dall’Asl Napoli 2 per due corsi di formazione, 9 mila dall’Università Federico II, tre incarichi a Cuneo.

Intanto i presidenti di Regione, come Michele De Pascale in Emilia-Romagna, citano proprio i report Gimbe per autocelebrarsi: “Ancora una volta i numeri dimostrano quanto sia attrattiva la nostra sanità regionale”. Già: peccato che quei numeri vengano dalla stessa Fondazione a cui la Regione ha appena staccato un assegno. È come se l’arbitro fischiasse il rigore e poi festeggiasse sotto la curva con la sciarpa della squadra che lo ha stipendiato.

Sul fronte politico, il siparietto social è stato da cabaret. Claudio Borghi, senatore della Lega, ha attaccato Cartabellotta: “Il comitato scientifico di Gimbe? Sette dipendenti, tra cui un’infermiera influencer”. Il gastroenterologo gli ha risposto ricordando di essere tra i firmatari della richiesta di rimozione di Bellavite e Serravalle dalla Commissione vaccini poi sciolta da Orazio Schillaci dopo la rivolta degli Ordini medici. Borghi ha rilanciato su Libero: “Cartabellotta, che fa le pulci agli altri, ci dica quanto guadagna la sua Fondazione senza scopo di lucro”. Un botta e risposta condito da sfottò, a cui si sono accodati altri leghisti come Alberto Bagnai e Massimiliano Romeo, che hanno ironizzato sul “guru della sanità con partita IVA”.

Eppure un’eccezione c’è: il Veneto. Non ha mai affidato consulenze, non ha mai comprato corsi, non si è iscritto al club dei clienti Gimbe. Una scelta che oggi suona come semplice buon senso: non chiedere la pagella a chi nello stesso tempo ti manda la parcella.

La verità è che Gimbe non è un mistero. È un attore razionale che ha capito come funziona l’Italia del talk show: la slide vale più del documento, l’opinionista più dell’istituzione. Il mistero siamo noi, che continuiamo ad accettare di farci raccontare la sanità da un arbitro con la partita IVA.

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