di Arrigo Abalti · Giugno 22, 2026
Il primo luglio Denis Frison convoca la Lega delle sezioni e dei militanti. Resta da capire se è la Lega che riparte o l’ultima guarnigione
Denis Frison non ha visto Vannacci. Non nel senso che non l’ha incrociato: nel senso che proprio non l’ha registrato, come un fenomeno meteorologico avvenuto in un’altra provincia. Fa il professore, Frison, ha una tesi su Gianfranco Miglio e il federalismo, e maneggia il partito come un’aula: c’è un programma, c’è una struttura, e chi è iscritto sta seduto. Il primo luglio, coerente con questa idea del mondo, organizza una cena.
Una cena. Non un comizio, non una piazza, non una diretta: una cena. Niente parlamentari, niente assessori regionali, nessuna fotografia da girare ai cronisti. Convoca i segretari di sezione, la direzione provinciale, i referenti di zona — quelli che attaccano i manifesti, che aprono la sede di sera, che sanno chi ha la tessera in ogni paese del Vicentino. La fanteria. Gli uomini che reggono il partito perché non hanno mai pensato di poter fare altro.
Il problema è che tra quella fanteria, mentre lui apparecchia, c’è chi si sta arruolando altrove.
Futuro Nazionale è nato il 3 febbraio, il giorno dopo che Vannacci se n’è andato dalla Lega. In pochi mesi: oltre mille comitati, più di cinquantaseimila iscritti. In Veneto undicimila tessere, centosettanta comitati, quaranta amministratori. Dal Carroccio è passato al Generale gente come Gianangelo Bof; Erik Pretto è stato dato in uscita per settimane; a Vicenza i vannacciani vantano già un consigliere a Bassano e ne annunciano nel capoluogo. È un travaso che ha smesso di essere una notizia per diventare un clima.
Frison, nel frattempo, convoca una cena. È il suo investimento, un po’ naif, ma sincero sul ritorno alle origini, la nostalgia della Liga è dichiarata, la voglia di tornare al movimentismo del Nord si legge chiaramente.
Non teme l’effetto Vannacci, dice. Frison difende l’organigramma nel momento esatto in cui l’organigramma è il primo a rumoreggiare tra la lealtà al simbolo e la tentazione del racconto dei Governatori.
A questo punto la storia offre un precedente, e non è gentile. Hiroo Onoda è il soldato giapponese che ha continuato a combattere nella giungla delle Filippine fino al 1974, persuaso che la guerra fosse in corso. Disciplina ammirevole, fedeltà commovente, fucile in ordine. Aveva torto da trent’anni. La differenza tra l’eroe e la figura tragicomica, in genere, è una sola: chi gli sta intorno sa che la guerra è finita, e lui no.
La Lega che Frison chiama a raccolta è quella che ha tenuto. Che non è scappata sul palco del Generale. A Nove, dopo la spaccatura, ha ricominciato da zero: venticinque nuovi iscritti, una sezione rifatta a mano. È lavoro serio, di quello che non sfigura. Resta da capire se è la prima pietra di una ricostruzione o l’ultima di un presidio.
Perché il territorio — quello per cui Frison si spende, quello dei paesi e delle riunioni serali — sta ancora guardando da quella parte?
E così la cena del primo luglio resta sospesa tra le sue due nature possibili. Può essere il momento in cui la Lega vicentina capisce che le emorragie si fermano in basso, nelle sezioni, e non sui palchi o negli studi televisivi: e allora Frison è la Lega che resta, che tiene, che riparte, fedele al programma con cui si candidò alla segreteria — «recuperare la struttura, dare voce ai militanti, ricostruire sezioni e circoscrizioni», un elenco che oggi suona meno come un piano di rilancio e più come un piano di resistenza. Oppure è l’ultima riunione di una guarnigione che sorveglia un avamposto già evacuato dagli altri: una fedeltà encomiabile e fuori tempo, un professore che spiega Miglio a un’aula che si è alzata in piedi e ha lasciato la porta aperta.
Frison ha vinto il congresso provinciale per acclamazione, oltre cinquecento partecipanti. Era il marzo 2023. Due anni e mezzo fa, cioè un’era geologica.
Il primo luglio si conterà quanti di quei cinquecento sono rimasti seduti.



