di Redazione · Luglio 30, 2025
Dopo otto mesi di tentativi interviene il Governo
Ci sono momenti in cui la politica italiana dimostra tutta la sua capacità di trasformare anche le questioni più tecniche in una telenovela degna dei peggiori feuilleton d’Oltralpe. Il commissariamento di Agenas, che dovrebbe approdare domani sul tavolo del Consiglio dei Ministri, è l’ennesima prova di come il sistema non riesca a digerire nemmeno le nomine più elementari senza finire in una paralisi che rasenta il grottesco.
Otto mesi. Tanto è durata l’agonia di un ente che dovrebbe occuparsi di sanità pubblica, non di intrattenimento per addetti ai lavori. Dal 30 dicembre scorso, quando Domenico Mantoan ha rassegnato le dimissioni da direttore generale, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali è rimasta in una sorta di limbo istituzionale che avrebbe fatto impallidire persino Kafka.
La girandola di facenti funzione – prima Giulio Siccardi, poi Manuela Lanzarin, infine Milena Vainieri fino alla scadenza del 20 luglio – racconta una storia che va ben oltre la cronaca amministrativa. È il ritratto di un sistema che ha perso la capacità di governare anche le questioni più elementari, schiacciato tra le pretese delle Regioni e la difficoltà del Ministero di imporre una linea.
Ma dietro questa paralisi apparentemente tecnica si nasconde una battaglia politica che racconta molto di più di quanto non appaia in superficie. Nei retroscena che filtrano dai palazzi romani emerge un quadro di scontri sotterranei che ha coinvolto i tre principali attori del sistema: Fratelli d’Italia, la Lega e il Partito Democratico, con le loro rispettive pressioni regionali.
Il partito di Giorgia Meloni puntava su una soluzione che garantisse il controllo diretto dell’esecutivo su un ente che gestisce risorse strategiche. La Lega, forte del peso delle Regioni del Nord, rivendicava una governance più decentrata che tenesse conto degli equilibri territoriali. Il PD, pur all’opposizione, manteneva una significativa influenza attraverso i governatori di centrosinistra, Campania in primis, determinati a non lasciare campo libero al governo.
Ogni nome proposto è stato sistematicamente silurato da uno degli attori in campo. Ogni mediazione si è arenata sugli scogli degli interessi di parte. Otto mesi di veti incrociati che hanno trasformato una nomina tecnica in un campo di battaglia politico.
Il nome di Americo Cicchetti, ex direttore generale della Programmazione sanitaria, che circola ormai da settimane nei corridoi di Lungotevere Ripa, rappresenta alla fine non la resa ma la vittoria della politica sulla mediazione istituzionale: quando gli equilibri tra governo e regioni diventano troppo complessi, meglio tagliare il nodo gordiano con una nomina diretta. Cicchetti, che mantiene tuttora il ruolo di esperto negli uffici ministeriali, ha il vantaggio di essere gradito al ministro Orazio Schillaci e di garantire quella continuità alla linea di Palazzo Chigi che un consiglio di amministrazione condiviso non potrebbe mai assicurare.
Perché dietro questa pantomima c’è una questione molto più prosaica e insieme molto più importante: il controllo del forziere del PNRR sanitario. Agenas non è un ente qualunque, ma il crocevia di risorse enormi destinate alla modernizzazione del sistema sanitario nazionale. Ha sulle spalle la gestione di progetti strategici come il PNRR sanitario e la piattaforma nazionale delle liste d’attesa, ma soprattutto detiene le chiavi di una delle più consistenti dotazioni finanziarie mai messe in campo per la sanità pubblica.
Il commissariamento, in questa prospettiva, non è solo la soluzione a un’impasse burocratica: è la via per concentrare pieni poteri decisionali su risorse che faranno la differenza nei prossimi anni. Un commissario può muoversi con una rapidità e una discrezionalità che un consiglio di amministrazione in equilibrio precario tra governo e regioni non potrebbe mai garantire.
Il paradosso è che mentre si litiga sui nomi e sui ruoli, l’Agenzia è rimasta con soli due membri nel Consiglio di amministrazione, nell’impossibilità concreta di funzionare. È come se si discutesse del sesso degli angeli mentre la casa va a fuoco.
La decisione di procedere con un decreto ad hoc, seguito da un DPCM per la nomina del commissario, testimonia la volontà del Governo di chiudere una partita che rischiava di trascinare l’imbarazzo oltre ogni limite di decenza istituzionale. Ma soprattutto rivela la strategia di Giorgia Meloni: meglio un commissario di fiducia che risponda direttamente a Palazzo Chigi piuttosto che navigare tra i veti delle regioni e le pretese dell’opposizione. Non è una sconfitta della politica, è la sua affermazione più netta.
Cicchetti, se confermato, si troverà di fronte a un compito non facile: rimettere in piedi una macchina amministrativa che ha perso otto mesi preziosi e che deve recuperare il tempo perduto su dossier cruciali. La sua esperienza negli uffici ministeriali potrebbe essere un vantaggio, ma dovrà fare i conti con aspettative altissime e con la responsabilità di gestire uno dei capitoli più delicati del PNRR. Soprattutto, dovrà dimostrare che la concentrazione dei poteri nelle sue mani servirà davvero a sbloccare progetti rimasti troppo a lungo in sospeso e non sarà solo l’ennesima centralizzazione all’italiana.
La vicenda Agenas, al di là del suo epilogo, lascia sul campo una lezione chiara sulla concezione del potere di questo governo: quando la rappresentanza istituzionale diventa un ostacolo, si taglia corto con l’autorità diretta. Del resto la scure delle tempistiche europee non lascia scampo.




