di Arrigo Abalti · Luglio 31, 2025
LEA garantiti, conti in ordine, investimenti in crescita. Ma la Corte dei Conti avverte: aumentano i residui, i trasferimenti sono in ritardo, e si ricorre troppo spesso a debiti autorizzati. La buona amministrazione non basta più: serve trasparenza sui numeri e sulle scelte
Da anni il Veneto è la regione che “funziona”. La sanità veneta, poi, è diventata un mantra: LEA garantiti, performance da Nord Europa, conti sempre sotto controllo. Eppure, basta leggere con attenzione l’ultima relazione della Corte dei Conti sulla gestione finanziaria delle Regioni per capire che dietro il sipario del modello veneto qualcosa scricchiola. E anche forte.
Il dato più evidente – e più inquietante – è quello sui residui passivi sanitari: nel triennio 2021-2023 sono cresciuti del +42,8%. Tradotto: miliardi di euro formalmente assegnati alla sanità, ma che non arrivano mai davvero alle aziende sanitarie, né ai medici né ai pazienti. Rimangono lì, impantanati tra le pieghe di bilanci troppo prudenti e uffici regionali sempre meno reattivi. Il perchè rimane un mistero. E’ solo un pasticcio o c’è un disegno preciso? E per farne cosa?
E questa non è una “dimenticanza tecnica”. È una patologia del sistema. Si scrivono risorse in bilancio, si annunciano investimenti, si inaugurano slide. Ma sul territorio i progetti arrancano, le assunzioni slittano, le infrastrutture si bloccano. La sanità veneta è ancora buona? Sì. Ma è sempre più in ritardo rispetto alle promesse fatte.
Poi c’è il grande capitolo dei fondi PNRR. Dopo il picco del 2022, la spesa sanitaria in conto capitale è calata del 7,6% nel 2023. E non perché i soldi siano finiti – tutt’altro – ma perché non si riescono a spendere. I progetti sono fermi, i cronoprogrammi disallineati, i bandi deserti o in ritardo. Il tutto mentre si continuano a raccontare riforme epocali, ospedali digitali, case di comunità a tappeto. Sulla carta è già tutto fatto. Nella realtà, quasi nulla è partito.
E quando le cose non tornano, si tira fuori il solito asso nella manica: il DANC, ovvero il debito autorizzato e non contratto. Una trovata tutta italiana che consente di scrivere a bilancio investimenti futuri senza avere ancora i soldi in cassa. Così l’equilibrio è salvo, le conferenze stampa pure, ma intanto il Veneto si riempie di investimenti fantasma, autorizzati ma non realizzati. La Corte dei Conti lo dice senza giri di parole: se non compensato, il DANC falsifica i risultati di amministrazione. In sostanza è una promessa di investimento senza avere le coperture che di solito sono disponibilità di cassa o mutui. Allora il DANC è compensato? E con quali risorse?
Tutto questo – va detto – non esploderà oggi. Per ora, regge. Ma il problema è che la prossima relazione della Corte sarà su quello che sta succedendo adesso. Quella vera. Quella che racconterà cosa è successo quando i fondi PNRR dovevano diventare cantieri, quando le nuove strutture dovevano essere pronte, e quando – nel frattempo – la Regione avrà cambiato guida.
Sì, perché nel 2026 ci saranno un nuovo presidente del Veneto e un nuovo assessore alla sanità. Non erediteranno solo un sistema considerato “modello”. Erediteranno una sanità che ha nascosto sotto il tappeto ritardi, promesse mancate e numeri che non tornano più.
E allora saranno guai. Non solo politici, ma proprio gestionali. Perché quando si smette di raccontare e si inizia a rendicontare, la realtà si presenta senza filtri. E chiede conto di ogni euro non speso, di ogni progetto rimasto sulla carta, di ogni atto contabile usato come paravento.
La verità è che il “modello veneto” – quello vero – non ha bisogno di storytelling, ma di manutenzione straordinaria. Di scelte coraggiose, trasparenza amministrativa, capacità esecutiva. Perché i LEA oggi sono garantiti, ma per quanto ancora? E con quali risorse vere, non presunte?
Se chi arriverà sarà onesto, dovrà iniziare non da un nuovo piano sanitario, ma da un controllo a tappeto degli armadi contabili. E da lì, rimettere mano a un sistema che si è cullato troppo a lungo nella convinzione di essere infallibile.
Perché una sanità che si racconta da sola, prima o poi smette di curare. E quando succede, non bastano più le slide. Servono le carte. Quelle vere. Quelle della Corte.



